Asili nido, l'Italia resta indietro: «Il posto non sia solo un servizio per le famiglie ma un diritto dei bambini»
L'allarme della Fondazione Agnelli nel nuovo rapporto sui servizi all'infanzia: poco più di un bimbo su tre va al nido, il confronto con gli altri Paesi europei
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Asili nido, l'Italia resta indietro: «Il posto non sia solo un servizio per le famiglie ma un diritto dei bambini»
di Gianna Fregonara e Orsola RivaL'allarme della Fondazione Agnelli nel nuovo rapporto sui servizi all'infanzia: poco più di un bimbo su tre va al nido, il confronto con gli altri Paesi europei
Crescono i posti negli asili nido italiani ma, nonostante lo sforzo per offrire più servizi di qualità alle famiglie, aumentano anche i divari territoriali e sociali. E’ il paradosso del nostro sistema educativo per l’infanzia secondo lo studio della Fondazione Agnelli che mette a confronto l'Italia con altri quattro Paesi europei (Francia, Spagna, Germania e Regno Unito). Nonostante i progressi fatti in questi anni, da noi poco più di un bimbo su tre ha accesso al nido, contro il 60 per cento dei bambini francesi. Non solo: oltre alle arcinote disparità fra Centro-Nord e Sud, il rapporto evidenzia il persistere di meccanismi di esclusione per le famiglie a basso reddito e per quelle di origine straniera: mentre nelle famiglie con un reddito alto il tasso di partecipazione ha superato l'attuale target europeo del 45 per cento, fra i più poveri è fermo sotto il 30 per cento. E il divario negli ultimi anni è addirittura aumentato passando da 7,5 punti percentuali nel 2005-6 (quando la media nazionale era sotto il 25 per cento) a 19 punti nel 2023-4 (quando il dato complessivo ha superato il 35 per cento).
Il diritto al nido
Eppure le ricerche internazionali sono concordi nel sostenere che la partecipazione a servizi educativi di qualità nella primissima infanzia può dare benefici di lungo periodo su tutto il percorso di vita. E che l'effetto positivo è particolarmente marcato proprio per i bambini che provengono da situazioni di svantaggio, in quanto contribuisce a ridurre divari di sviluppo, apprendimento e socialità. Aumentare i posti a disposizione, come pure ha meritoriamente previsto il Pnrr, non è bastato a eliminare le barriere economiche e culturali che ancora ostacolano l’accesso ai nidi che in Italia, a differenza degli altri Paesi, non è considerato un diritto del bambino, ma un servizio per le famiglie. A disincentivare le famiglie a basso reddito sono sia i costi (è vero che da qualche anno esiste un bonus asilo, ma la retta va comunque anticipata per essere rimborsata solo in un secondo momento), sia la corsia preferenziale riconosciuta alle madri che lavorano: misura sacrosanta in un'ottica di conciliazione ma che di fatto finisce per confermare lo svantaggio delle donne meno istruite che sono anche quelle con il più basso tasso di lavoratrici (meno del 30 per cento per chi ha in tasca solo il diploma di terza media contro l'80 per cento delle laureate). Pesano anche i pregiudizi culturali che da noi sono particolarmente resistenti: più di un italiano su due concorda con l'affermazione che «un bambino in età prescolare soffre quando la madre lavora» (contro il 20 per cento degli inglesi, il 215 degli spagnoli, il 30 di francesi e tedeschi). Percentuale che schizza al 70 per cento fra le casalinghe.
Linee di intervento possibili
«Per aumentare la partecipazione dei bambini e ridurre le disuguaglianze – spiega il direttore della Fondazione Agnelli Andrea Gavosto - un’espansione dei posti non basta a garantire una maggiore equità di accesso né a migliorare la qualità dei servizi: per questo, occorrono politiche rivolte ai criteri di accesso ai servizi, alla riduzione del gap fra congedo parentale e garanzia del posto, alla riduzione delle rette per le famiglie a più basso reddito, a meccanismi di monitoraggio e valutazione costanti».
La Fondazione suggerisce di fissare il diritto a un posto a partire dai 18 o 24 mesi; di uniformare a livello nazionale i criteri di accesso, meno pro-lavoro e più pro-equità, come già si fa in Germania e Spagna; contrastare le barriere economiche all’accesso, spostando il baricentro del finanziamento pubblico verso la riduzione progressiva delle rette, come tentano di fare Francia, Spagna e Germania; migliorare il sistema di monitoraggio e valutazione; valorizzare il personale sia dal punto di vista della retribuzione che della carriera.
Servizio o diritto?
Un vero e proprio diritto al nido esiste soltanto in Germania dove c’è una sostanziale continuità tra i congedi parentali e l’accesso ai servizi per l’infanzia. In Francia, nel Regno Unito e in Spagna il diritto al posto è garantito dai tre anni, mentre Italia il diritto formale all’istruzione comincia dai sei anni anche se per quanto riguarda la scuola dell’infanzia ne usufruisce il 95 per cento dei bambini.
Per quanto riguarda i servizi ai bambini della fascia d’età 0-3 l’Italia è molto indietro rispetto agli altri Paesi analizzati dallo studio. Solo la Germania è più o meno al nostro livello, ma è perché da loro il congedo parentale consente ai genitori di restare a casa fino a 14 mesi con uno stipendio all'80 per cento e quindi i bambini non vanno al nido prima di aver compiuto un anno. La crescita della partecipazione ai servizi della primissima infanzia è particolarmente lenta in Italia: nel 2025 abbiamo raggiunto la percentuale del 35,5 per cento ma l'aumento è dovuto anche al calo delle nascite (- 40 mila bambini 0-2 rispetto a cinque anni prima). Francia e Spagna hanno invece già ampiamente superato l’obiettivo europeo del 45 per cento (toccandorispettivamente quota 60 e 55 per cento).
Obiettivo Pnrr
Un grande aiuto potrebbe e dovrebbe arrivare dal completamento del progetto previsto dal Pnrr che ha fissato l’obiettivo italiano al 33 per cento nel 2027 con una spesa di 4 miliardi di euro per aumentare di 150 mila (più ulteriori 34 mila) posti nei nidi, con un impegno particolare per il Sud che ha beneficiato del 56 per cento dei fondi. Secondo l’elaborazione della Fondazione Agnelli, se i lavori saranno finiti in tempo, nel 2027 l’Italia raggiungerà una copertura del 38,5 per cento: +12 punti rispetto al 2021. Nonostante questo impegno che ha portato alcune regioni a più che raddoppiare i posti (Abruzzo, Marche, Basilicata, Sardegna, Calabria), Sicilia e Campania, anch’esse tra i territori che hanno raddoppiato la disponibilità, restano sotto la soglia del 33 per cento.
Effetto San Matteo
Ma non sono solo i divari territoriali a pesare. preoccupa anche quello che la Fondazione definisce l'«effetto San Matteo» (dal versetto 25,29: «Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha»): il rischio cioè che aumentino le differenze e le iniquità del sistema se si considera la partecipazione in base alla condizione famigliare, al reddito e alla cittadinanza. Nel nostro Paese ad accedere ai nidi sono soprattutto i bambini delle famiglie che hanno il 30 per cento di reddito in più degli esclusi, un effetto causato dal fatto che la condizione lavorativa dei genitori, in genere della mamma che lavora, fa punteggio nelle graduatorie. Soltanto il 10 per cento dei bambini di famiglie a rischio povertà frequenta e tra gli stranieri sono soltanto il 14 per cento gli iscritti (al Sud addirittura soltanto il 6) rispetto al 30 degli italiani. Solo un bambino con disabilità sotto i tre anni frequenta i servizi per l’infanzia. Dal punto di vista della spesa, il servizio 0-3 in Italia come in Francia e Spagna non è gratuito ed è soggetto a rette stabilite a livello locale. E’ attiva nel nostro Paese la sovvenzione del Bonus asilo nido di cui hanno beneficiato nel 2023 ben 480mila bambini (erano 75 mila nel 2017) ai quali è stata rimborsato in media il 62 per cento della retta.
Carenza di personale
Un’ulteriore criticità del nostro sistema riguarda la carenza di personale formato e preparato, viste le retribuzioni e le condizioni di lavoro. Secondo l’ultimo studio del Cnel nei prossimi anni saranno necessari 25000 educatori in più per poter garantire la copertura del servizio: purtroppo se ne laureano meno di diecimila all’anno (8000 nel 2022 e un terzo avevano già un impiego).
14 aprile 2026
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