Guerra, la partita del mondo globale: il nuovo saggio di Federico Rampini
Corriere della Sera - Cultura

Guerra, la partita del mondo globale: il nuovo saggio di Federico Rampini

Martedì 14 aprile 2026
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È in libreria per Mondadori «Pane e cannoni», manuale per decifrare le nuove regole del gioco. In questo articolo ne anticipiamo un estratto

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Guerra, la partita del mondo globale: il nuovo saggio di Federico Rampini

di Federico Rampini

È in libreria per Mondadori «Pane e cannoni», manuale per decifrare le nuove regole del gioco. In questo articolo ne anticipiamo un estratto

I risultati della guerra in Iran si capiranno nel lungo termine. Intanto è tornato in primo piano il ruolo della forza militare. Sia che emerga come vincitore l’asse America-Israele-Arabia, sia che alla fine la spuntino i Guardiani della Rivoluzione islamica, la prova si è svolta sul terreno della potenza: quella classica degli armamenti o quella asimmetrica che ha bloccato lo Stretto di Hormuz e preso in ostaggio l’economia globale.

In un saggio che esplora e racconta l’intreccio fra geopolitica e geoeconomia, la compenetrazione fra strategie economiche e imperativi di sicurezza, gli eventi del 2026 segnano un’accelerazione di processi già avviati. L’Ucraina aveva dovuto aprire gli occhi quattro anni prima: in questo mondo se vuoi rimanere libero, se vuoi far rispettare i tuoi diritti più sacri come sovranità e indipendenza, devi essere forte. Non di una potenza astratta e angelica, di un «soft power» sublime e gentile, no: devi avere le cannoniere, con rincalzo di droni. Devi avere le armi e le fabbriche per produrle, le tecnologie avanzate che sono il nerbo della difesa.

Il saggio

Il saggio di Federico Rampini, Pane e cannoni. Un mondo in guerra e le sue nuove regole, è in libreria per Mondadori (pagine 420, euro 22). L’autore lo presenterà a Milano martedì 21 aprile alle 18.30 presso la libreria Feltrinelli di piazza Piemonte

Non è una vera novità. Non è mai esistita quella pace mondiale che qualcuno rimpiange, magari incollandole l’etichetta di Pax Americana. Le grandi guerre sono continuate subito dopo il 1945, a partire dall’aggressione che due superpotenze comuniste sostennero nel 1950 contro un Paese indipendente e sovrano, la Corea del Sud. Se mai c’è stata una Pax Americana, è quella molto circoscritta che ha garantito il meraviglioso privilegio di ottant’anni sicuri soltanto nell’Europa occidentale, con l’effetto collaterale di anestetizzarla, renderla ignara dei pericoli, e analfabeta di geopolitica.

L'autore

Giornalista e saggista, Federico Rampini (Genova, 1956: nella foto di Claudio Sforza) è editorialista del «Corriere». È membro del Council on Foreign Relations, think tank americano di relazioni internazionali

Per questa ignoranza diffusa, nel 2026 a molti sembra che sia Trump ad affermare in modo inaudito, senza precedenti, il ruolo della forza nei rapporti internazionali, le gerarchie basate sulla nuda potenza. Trump è un personaggio anomalo, con aspetti mostruosi; in politica estera ha turbato perfino la sua base. Ma diversi anni prima che Trump comparisse, un alto esponente comunista di quella Repubblica Popolare che si presenta come «multilateralista», aveva zittito il leader di un paese asiatico confinante che si lamentava di certe prepotenze militari, rimbeccandolo così: «Ci sono grandi paesi e piccoli paesi, la Cina è un grande paese, questo è un fatto, fatevene una ragione». In quanto a Putin, fin dal 2007 proclamava urbi et orbi la volontà di ricostituire l’impero russo-sovietico, e dall’anno successivo lanciava una catena di guerre e invasioni senza fine.

L’obiezione rivolta a Trump è che un presidente degli Stati Uniti non può comportarsi come un autocrate russo o cinese. Se quell’America che aveva dato al mondo delle istituzioni sovranazionali a vantaggio di tutti, si converte alla legge del più forte, aggrava il caos e legittima la barbarie.

Ma l’adorazione del «diritto internazionale» da parte di alcuni sembra una religione ingenua o ipocrita. Il diritto non ha fermato l’aggressione criminale di Putin al popolo ucraino nel febbraio 2022; lo hanno fermato la forza delle armi, la volontà di combattere degli ucraini, gli arsenali forniti a Kiev dalla Nato.

In Europa qualcuno (Merz, Macron, la Polonia, i Baltici, gli Scandinavi) capisce che viviamo in un mondo dove i rapporti di forze contano e dove per sedersi al tavolo dei grandi bisogna avere un potenziale militare significativo. «Per restare liberi bisogna essere temuti, e per essere temuti bisogna essere potenti. In questo mondo brutale, dobbiamo agire più rapidamente e con maggiore forza». Questa frase di Macron, pronunciata all’inizio dell’operazione Epic Fury, perseguiterà a lungo il Vecchio continente. In ordine sparso, e a causa di decenni di disarmo e «pacifismo parassitario» (tanto c’erano gli americani...) gli europei non contano nulla. Nell’epoca di «pane e cannoni» — in cui dinamismo industriale, primato tecnologico e sicurezza fanno tutt’uno — gli europei sono spettatori frustrati e impauriti di conflitti che si svolgono alle loro porte. Uniti e riarmati, conterebbero. Ma ci arriveranno, a quel traguardo? Il riarmo tedesco è già cominciato, però per adesso ha una logica nazionale.

Un altro tema sul quale gli europei sono impacciati è la sfida energetica. Putin ha usato per anni il ricatto delle sue energie fossili per tenerli al guinzaglio. La Cina ha distrutto l’industria solare europea, quella eolica, quella delle batterie e auto elettriche, fino a rendere il Vecchio continente schiavo di Pechino nella transizione verde, meno sostenibile di quanto si crede. La stessa Cina che si è venduta come la superpotenza ambientalista, continua ad avere 300 milioni di vetture a combustione; nel solo 2025 ha aperto in casa propria ben cinquanta nuove centrali elettriche a carbone.

La guerra non è soltanto tornata «normale» nelle relazioni internazionali ma pervade ogni angolo dell’economia. Il neologismo geo-economia è la parola d’ordine del nostro tempo: la competizione commerciale, tecnologica, finanziaria, si fonde con la dottrina militare. Svanita la visione ottimista della globalizzazione, le nazioni incorporano nelle politiche economiche la dimensione della sicurezza. Sanzioni economiche o barriere doganali, embargo su terre rare, dirigismi industriali e aiuti di Stato per allevare «campioni nazionali»: tutti i colpi sono permessi, nessuno crede più al libero mercato, e i generali entrano come consulenti nei consigli d’amministrazione delle multinazionali. La produzione di armi di nuova generazione diventa un investimento vitale per un’economia sana, che sappia difendere cittadini e aziende da «guerre grigie», conflitti ibridi, cyber-attacchi, sabotaggi debilitanti.

Anche qui non tutto è nuovo, la storia dei dragoni asiatici, da ultima l’ascesa cinese, è sempre stata segnata da una cultura marziale applicata alla competizione industriale: strategie di conquista mondiale applicate con piglio militare. Da un grande esperto di origine cinese la Repubblica Popolare è stata definita un Techno-Security State: un modello olistico che cancella i confini tra economia civile e militare. Uno dei suoi giganti tecnologici, quella Huawei la cui produzione spazia dai telefonini alle infrastrutture telecom strategiche, è stata fondata e diretta da un ufficiale delle forze armate di Pechino. Dal Giappone alla Corea, da Singapore a Taiwan, quei miracoli asiatici che ispirarono i dirigenti cinesi hanno incorporato politiche industriali aggressive, protezionismi, strategie bellicose di conquista dei mercati altrui.

Manuale geopolitico per decifrare le regole del gioco nel mondo contemporaneo, guida di sopravvivenza nei nuovi scenari globali, questo saggio spazia dall’America al Medio Oriente alla Cina, dall’Europa alla Russia. Spiega i nuovi rapporti di forze, le guerre guerreggiate e quelle tecnologiche, la gara per il primato tra le superpotenze che vogliono «possedere» il futuro. La competizione travolge i riti della diplomazia e si estende oltre i campi di battaglia tradizionali. Si combatte nelle fabbriche, nei porti, nei laboratori di ricerca, nei mercati finanziari.
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14 aprile 2026 ( modifica il 14 aprile 2026 | 15:35)

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