«Dormiamo in 20 con un solo bagno»: la scioccante realtà degli immigrati nella Torino del 1969 riemerge dalle loro lettere
Corriere della Sera - Cultura

«Dormiamo in 20 con un solo bagno»: la scioccante realtà degli immigrati nella Torino del 1969 riemerge dalle loro lettere

Martedì 14 aprile 2026
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Dalle valigie usate come armadi alle code per un unico bagno in 20 persone: le lettere choc del 1969 rivelano l'inferno quotidiano degli operai Fiat che vivevano ammucchiati per costruire il boom economico

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«Dormiamo in 20 con un solo bagno»: la scioccante realtà degli immigrati nella Torino del 1969 riemerge dalle loro lettere

di Carla Piro Mander

Dalle valigie usate come armadi alle code per un unico bagno in 20 persone: le lettere choc del 1969 rivelano l'inferno quotidiano degli operai Fiat che vivevano ammucchiati per costruire il boom economico

«Dormiamo ammucchiati in stanze piccole e umide, paghiamo l’iradidio, dalle 10 alle 15 mila a persona. Noi tre dormiamo in una stanza così piccola che al mattino quando ci si sveglia dobbiamo smontare il letto se vogliamo girare. I vestiti, la roba nostra, siamo costretti a lasciarla in valigia, perché non ci sono armadi, o se ci sono non si possono aprire le portiere, tanto è stipata la stanza. In tutta la pensione c’è un gabinetto solo per 20 persone e, per lavarsi o per andare al cesso, a qualsiasi ora occorre fare la coda...». La lettera è anonima ed è pubblicata da L’Unità il 10 maggio del 1969. A scriverla è un operaio che racconta di essersi trasferito dal Sud per lavoro.

Stanze decrepite

È il tempo del «non si affitta ai meridionali» nella civilissima Torino, dei Treni del Sole, dei ricongiungimenti familiari che però ancora non si chiamano così. «La stanza è decrepita: pensa che l’intonaco che si scrosta per l’umidità mi cade in testa mentre dormo! Pago per dormire e per l’uso di un fornello a gas 14 mila lire al mese», continua la lettera al giornale che in quei mesi, in quegli anni, raccoglie però anche la testimonianza di un’aria diversa, di un clima che si sta organizzando perché laddove la rappresentanza non c’è, occorre crearla.

Il municipio occupato

In città e nei comuni limitrofi gli immigrati tendono a trovare casa vicini, insieme. Il bisogno diventa protesta organizzata, nascono i comitati spontanei di condominio o di quartiere, espressione — scrive Dario Giachetti — «di assemblee popolari riunitesi casa per casa, lotto per lotto che, in poco tempo, danno vita a una rete di contropotere dal basso che occupa lo spazio d’intervento degli enti locali impotenti di fronte al monopolio e alla speculazione edilizia». Sarà emblematica, nel giugno del ‘69, l’occupazione del municipio di Nichelino, nata, dirà Carlo Novarino (che sarebbe poi diventato sindaco di Moncalieri) «nell’insostenibile scarsità di alloggi in locazione, negli affitti molto elevati, nelle condizioni di estremo sovraffollamento cui si aggiunge un’inaccettabile mancanza di servizi di natura sociale e di carattere urbano».

La città fabbrica

Nei primi ’60 Torino è la più grande città fabbrica d’Europa. Tra il 1951 e il 1971 la popolazione in città è passata da 700.000 a 1.170.000 abitanti, nella prima cintura da 158.000 a 393.000. Milioni di solitudini che cercano un centro, un’onda dal basso che da rabbia diventa rivendicazione. Scriverà Claudio Risè sull’Espresso nel luglio del ’69: «Pugliesi, calabresi, irpini, lucani, non sono specializzati. Vengono dai paesi dell’abbandono, dai lager del sottoproletariato urbano; li hanno messi alle linee di montaggio dove sono avvenuti gli incidenti più gravi. Sono giovani approdati nelle plaghe del Nord, robusti, intatti, non possiedono qualifica, li hanno messi alle linee a montare per otto ore di fila i pezzi. […] Sono crollati non solo per via dei ritmi insostenibili, delle multe, della disciplina da caserma, ma perché fuori dalla fabbrica si sono sentiti respinti da una città tetra che in cambio degli istituti associativi tradizionali (la piazza del paese, l’osteria) non gli offriva nulla se non le otto ore di lavoro e le otto ore di sonno nella branda».

«Un senso di schifo»

Nei primi ’70 Torino è nebbia e officina, il sogno del lavoro si intreccia al gelo silenzioso del rifiuto. Le differenze culturali rendono spigoloso l’incontro tra chi arriva e chi c’è. Gli stereotipi e i pregiudizi fanno il resto. Angelo Conte è arrivato dal Sud, ha superato il colloquio e la visita di assunzione alla Fiat in corso Marconi, ma deve trovare un posto per dormire. «Furono gli esaminatori della Fiat a suggerirmi di rivolgermi al centro Don Orione di via Lagrange 20 a pochi passi da Porta Nuova. Lì mi accolse don Pollarolo, poi mi indirizzarono al dormitorio, dove mi furono consegnate le lenzuola, mi fecero entrare in una camerata con dieci letti. Quando distesi il mio materasso sulla branda ebbi un senso di “schifo” per quell’ambiente. Ringraziai e me ne andai. Mi ritrovai nella sala d’attesa della seconda classe della stazione di Porta Nuova [...] Eravamo almeno venti. Ad un certo punto fummo svegliati dai poliziotti, condotti negli uffici della stazione della polizia. Ci identificarono e ci diffidarono dal ritornare a dormire in stazione. Tornai così al centro Don Orione» (dalle lettere di Lotte Operaie a Torino).
Una città disciplinata nella sua struttura produttiva, con le fabbriche che infornavano e sfornavano forza lavoro che riempiva, a fine o inizio turno, i tram e gli autobus [...] dove la sera erano pochissimi i locali aperti perché era soprattutto una città operaia coi ritmi scanditi dalla fabbrica e di notte bisognava riposare per tornare, l’indomani, a lavorare. Ma ci sono momenti che condensano vent’anni, per dirla con Marx. Tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70 cambia tutto, e cambia da Torino dove il tempo scorre velocissimo, e dove si producono eventi che mutano i vecchi equilibri. Dentro la fabbrica. 

La lotta

La lettera, anonima, è dell’ aprile 1969, in Freno e spunto le lance della persecuzione: «Il lavoro alla catena porta al deterioramento dell’intelligenza. Per me, il sistema per combattere tutto questo è la lotta. lo partecipo e sono ridotto a questo, però la mia liberazione è la lotta. Lottando contro questo, vi è la possibilità di riscattarsi. [...] Bisogna lottare, perché se cessa questa lotta, buona notte. I giovani, quasi tutti, hanno desiderio di lottare, almeno quelli che ho incontrato io, di ventiquattro, venticinque anni, insomma quelli della mia generazione».

I ragazzi

Dentro la città. «Attorno alla Mirafiori — scriveva Bonaventura Alfano — c’è una strana animazione. Oltre ai lavoratori, si nota la presenza di ragazzi e ragazze il cui capo di abbigliamento predominante è uno strano impermeabile verde col cappuccio imbottito: l’eskimo. Sono gli studenti, gli universitari che cercano un contatto con gli operai. Non si era mai visto niente del genere [...] Noi non eravamo abituati a quel lessico tutto politico, e ci faceva un certo effetto sentire le ragazze... Un giorno, alla fine del turno, mi sorpresi in via Po mentre muovevo le mani quasi come se avvitassi dei dadi, lo stesso movimento che facevo mentre lavoravo. Fu come una rivelazione: uno choc. Una presa di coscienza. Capii all’istante che, così come stavano, le cose non potevano continuare».  

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