Lezioni di ungherese: ecco perché se Orbán ha perso possono perdere anche Trump e Putin
Corriere della Sera - Cultura

Lezioni di ungherese: ecco perché se Orbán ha perso possono perdere anche Trump e Putin

Lunedì 13 aprile 2026
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L’Europa dell’Est, che conosce i tentacoli imperiali non è pronta a cedere pezzi di dibattito pubblico senza colpo ferire

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Lezioni di ungherese: ecco perché se Orbán ha perso possono perdere anche Trump e Putin

di Francesco Chiamulera

L’Europa dell’Est, che conosce i tentacoli imperiali non è pronta a cedere pezzi di dibattito pubblico senza colpo ferire

Quando si tiene un'elezione all'estero, di solito i commentatori meno credibili sono quelli che attribuiscono la vittoria alla parte politica che ammirano in Italia, o la sconfitta ai propri avversari, sempre italiani. Però, nel voto straniero si può almeno intravedere un orientamento generale, specie se si tratta di una tornata storica come quella di Budapest, così vicina ai nostri confini. Non si deve cedere alla tentazione di minimizzarla: non era un semplice confronto di programma. 

Il comizio e l'arringa di piazza

Due settimane fa, durante un comizio nella città ungherese di Győr, è successo un fatto importante. Mentre Orbán arringava la piazza contro gli aiuti all’Ucraina, la gente, dalle retrovie, ha cominciato a contestarlo. Il video è diventato virale. Al punto che se cercate su YouTube un'altra clip, quella di Ceausescu contestato in piazza a Bucarest il 21 dicembre 1989, troverete decine di commenti di ungheresi del 2026 che scrivono: «sto guardando questo video dopo avere visto Orbán a Győr». Naturalmente Orbán non è il dittatore sanguinario comunista Ceausescu. Ma la sensazione di un muro che crolla c’è. E la partita, per parlare di uno scenario a noi (nel Nordest) familiare, è interna alla destra. Da una parte c’è il sovranismo, dall’altra la destra conservatrice, moderata, democristiana, alla Péter Magyar. Orbán è un figlio del 1989 che ha subito una mutazione genetica: quando ha conquistato il potere si è scordato ogni liberalismo, ha aggredito lo Stato di diritto, ha cominciato a dare tutte le colpe a presunti sabotatori esterni, Bruxelles, Soros, i poveri ucraini, Zelensky.

I pezzi del dibattito pubblico

La domanda ungherese, anche per noi qui, è: chi oggi si colloca contro l’Europa, strizza l’occhio al regime russo e agli altri poteri che cercano di distruggere la UE, chi disprezza la liberaldemocrazia, ha un futuro politico? L’Europa dell’Est, che conosce meglio di noi i tentacoli imperiali della Russia di ieri e oggi, e a differenza di noi non è pronta a cedere pezzi di dibattito pubblico senza colpo ferire, come se fare affari col gas russo o aprire i padiglioni delle mostre alla figlia di Lavrov o agitare il fantasma del riarmo europeo fossero cosette da niente, risponde di no. E qui la questione si allarga a entrambi gli schieramenti. 

La bugia dei populisti

La grande bugia dei populisti, che siano a destra con i meme sulle tradizioni e la riscossa della nazione o a sinistra con il pacifismo che ci vorrebbe inermi e ignavi, è che difendano gli interessi della patria. Invece, ricorda la Pulitzer Anne Applebaum, quando Orbán parlava al telefono con Putin definiva sé stesso un topolino, e il dittatore russo un leone. Ma l’illiberalismo non è inevitabile. In piazza a Budapest si è gridato «Ruszkik Haza!», russi a casa. Se Orbán può perdere, Trump può perdere (lo ha già fatto una volta). E Putin può perdere.

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