Salvare la democrazia: missione possibile?
Corriere della Sera - Cultura

Salvare la democrazia: missione possibile?

Lunedì 13 aprile 2026
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Goffredo Buccini analizza venticinque anni di declino. Valori svuotati, ascesa delle autocrazie, fake news. Esce martedì 14 aprile per Neri Pozza «Tyrannis», saggio di cui anticipiamo qui ampi stralci della prefazione

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Salvare la democrazia: missione possibile?

di Goffredo Buccini

Goffredo Buccini analizza venticinque anni di declino. Valori svuotati, ascesa delle autocrazie, fake news. Esce martedì 14 aprile per Neri Pozza «Tyrannis», saggio di cui anticipiamo qui ampi stralci della prefazione

Alighiero Boetti, «Mappa», 1983 (arazzo ricamato): in mostra dal 26 aprile per Tutto Boetti 1966-1993, al Magazzino Italian Art, Cold Spring, Stato di New York (foto Ansa)

La democrazia è merce svalutata.
Ciò che i nostri avi pagarono col sangue, il diritto di votare liberamente, si cede ormai per una manciata di banconote. O evapora come un like.
Un mese prima delle elezioni americane del 5 novembre 2024, il miliardario sudafricano Elon Musk ha escogitato col suo comitato di azione politica un trucchetto per acquistare consenso a favore dell’amico Donald Trump aggirando la legge federale che vieta, ovviamente, simili compravendite: ha pagato 47 dollari per ogni elettore registrato che gli firmasse una petizione a sostegno del primo e del secondo emendamento (libertà di parola e di portare armi, classici cavalli di battaglia dei repubblicani), ottenendo così liste di elettori energici e addomesticati su cui premere. Poi ha lanciato anche una lotteria. Obiettivo: un milione di voti trumpiani in più, negli Stati in bilico di Pennsylvania, Georgia, Nevada, Arizona, Michigan, Wisconsin e North Carolina.

Noi italiani, nel nostro piccolo, non siamo da meno quanto a creatività. Per le amministrative in Puglia e Piemonte del 2024, accanto a una tariffa di voto di scambio che pare ricalcare grosso modo quella americana, 50 euro, abbiamo messo sul tavolo pure bombole del gas gratuite e bollette prepagate, si sa, la vita è tosta.
La perdita di senso, e dunque di valore, del voto (spesso buttato via con un astensionismo sempre più pronunciato) è la migliore spia dell’apparente incompatibilità fra democrazia e globalizzazione, sfociata nella crisi comatosa della prima e nell’ingovernabilità della seconda.


«Tyrannis» di Goffredo Buccini, (Neri Pozza)

Ma il voto di scambio è, in fondo, già un retaggio del passato. L’irruzione dell’intelligenza artificiale sul mercato politico ha reso il consenso ancora più volatile e influenzabile. L’algoritmo, anima dell’IA, è come la ricetta della minestra maritata delle nostre nonne: il risultato, l’output, deriva da ciò che ci si mette dentro, l’input. Insomma, l’algoritmo non è neutro: dipende da chi lo programma. Quando il voto non si compra, dunque, si può manipolare. Sono stati compiuti in questo senso... passi da gigante. Nel 2016, al tempo della prima campagna elettorale di Trump e della Brexit, la società di consulenza inglese Cambridge Analytica identificò a fini di propaganda elettorale trentadue tipologie diverse di potenziali elettori profilando illegalmente milioni di individui su Facebook. Oggi l’intelligenza artificiale consente di bersagliare ciascuno di quei milioni di individui con un messaggio personalizzato poco importa se sia una fake news. Sicché Musk ha fatto ben di più che comprare voti per mandare Trump alla Casa Bianca: ha acquisito per 44 miliardi una delle principali piattaforme di comunicazione globale, Twitter, e da lì ha fatto irruzione nelle opinioni di molte decine di milioni di americani. L’alleanza tra un leader populista come Trump e un anarcocapitalista come Musk ha rischiato di far apparire la democrazia rappresentativa obsoleta e sostituibile con una specie di «algocratura», una dittatura soft fondata sugli algoritmi e sul danaro: morbida perché capace di convincerci senza bastonarci; avvenirista, perché annulla in radice persino il senso delle parole fin qui usate nella comunicazione politica.

Del resto, un certo tasso di disamore per la democrazia s’è insinuato in tanti di noi: attiene strettamente alla sensazione di avere perso il controllo sulle nostre vite. I sistemi di welfare nati dopo la Seconda guerra mondiale, e sui quali ha prosperato il pacifico modello liberale delle nostre società per ottant’anni, non reggono più: l’incertezza scava nelle coscienze, suggerendo soluzioni... semplificate.
Lo stato di sicurezza sociale è la grande questione: ciò che noi oggi non siamo più in grado di assicurare.

Buccini (sopra) è inviato ed editorialista del «Corriere della Sera». Ha raccontato l’inchiesta Mani pulite per la quale gli è stato assegnato il Premio Cronista dell’Anno 1995

C’è un motivo preciso per il quale Stefan Zweig è tornato a essere uno degli intellettuali del Novecento più citati nei saggi di questi anni. Il motivo sta nell’incipit di un suo bellissimo libro, Il mondo di ieri: «Se tento di trovare una formula comoda per definire quel tempo che precedette la Prima guerra mondiale, il tempo in cui sono cresciuto, credo di essere il più conciso possibile dicendo: fu l’età d’oro della sicurezza. Nella nostra monarchia austriaca quasi millenaria tutto pareva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità». Tutto «era saldo e inamovibile».
Si tratta di righe che mettono i brividi: non sembrano forse parlare di noi? Nel testo che segue, il grande scrittore viennese non ci rimanda solo alla pace e al cosmopolitismo di un impero multietnico quale fu quello asburgico, vera culla di un primo «sogno europeo». Ci fa respirare la Belle Époque delle grandi capitali, un sentimento di gioiosa stabilità che pervase il mondo nel primo scorcio dello scorso secolo.

E poiché ce ne narra poi la fine violenta e in qualche modo subitanea, da cui derivarono trent’anni di orrori inimmaginabili culminati nel totalitarismo nazista, suona alle nostre orecchie come un memento: se l’età dell’oro della sicurezza precedette appena l’inizio della Prima guerra mondiale, le certezze della storia sono assai fragili e tutto quanto ci appare oggi «saldo e inamovibile» può essere spazzato via domani in uno stormir di fronde o in un colpo improvviso come l’attentato di Sarajevo che precipitò l’Europa nel caos.

La storia non si ripete, ci dicono. Ma può far rima? La generazione dei baby boomer, la mia, è cresciuta con la convinzione di poter bandire la guerra. Gli eroi della nostra adolescenza erano campioni di pacifismo in film come Soldato blu o Fragole e sangue: sull’idea di «guerra alla guerra» si sono formate almeno tre generazioni. E il futuro sembrava una linea retta costantemente orientata verso l’alto, l’unica preoccupazione era la realizzazione dei propri talenti.

Questo mondo pian piano è andato in pezzi.
Da almeno dieci anni, all’incirca dal momento della grande insorgenza sovranista che a metà degli anni Dieci ha portato alla Brexit e alla prima presidenza Trump, politologi e sociologi, giornalisti e analisti d’ogni latitudine s’interrogano sulla morte della democrazia, o almeno sulla sua agonia, e sulla fine dell’Occidente, inteso come luogo d’elezione di valori liberali, di tolleranza e di diritti, sull’emergere di nuovi regimi autoritari e sul populismo che ne gonfia la retorica come accadde con le dittature del Novecento.

La verità, come concatenazione di dati oggettivi in un rapporto di causa-effetto, è stata spazzata via dalla teoria trumpiana delle «verità alternative» e dalla deriva delle fake news che avvelenano libere elezioni e coscienze. Trump ha infine cancellato anche questo labile confine nell’ultima campagna elettorale: e con successo. Quando ha sostenuto che «a Springfield gli immigrati haitiani mangiano i cani e i gatti dei residenti», questa fola non gli è costata la sconfitta: è, anzi, diventata un rap virale. Trump è oltre la verità e le menzogne perché agli americani non importa più distinguerle: conta il bel messaggio, importa «come suona».
La democrazia occidentale finirà in una demenziale festa dei folli? E davvero basta così poco a spiegare la formidabile rimonta del trumpismo?
Poiché siamo bravi a flagellarci, c’è chi tra noi attribuisce all’Occidente tutti i mali del pianeta. Accanto alla cultura woke che pretende di cancellare pagine intere della nostra storia, c’è chi addirittura sostiene che l’Occidente non esista nemmeno, che sia un luogo della mente e della nostra hybris, e che insomma dipenda da dove si guarda il planisfero: chi ha detto che al centro ci siamo proprio noi?

Secondo il Democracy Index nel 2024, le democrazie degne davvero di questo nome («complete») sono state appena 25 su 167 Paesi esaminati: i regimi ibridi o autoritari costituiscono la stragrande maggioranza. Del resto, se la democrazia non riesce a venire a capo di quel potente sconvolgimento di uomini, merci e denaro chiamato globalizzazione, non sarà più facile affidarsi a un uomo o a una donna forte che magari individui i «nemici della nazione» e li punisca senza andare troppo per il sottile sul piano della legalità? La caduta dei tre pilastri che hanno sostenuto il capitalismo novecentesco — la crescita dell’occupazione nelle fasce più deboli, la sindacalizzazione e la produzione manifatturiera — si riverbera pesantemente su questa crisi. E, dunque, se la concorrenza col resto del mondo è troppo faticosa da sostenere, non sarà più tranquillizzante rintanarsi in una piccola patria magari governata dall’ossimoro di una «democrazia illiberale»?

Contraddizioni straordinarie ci si parano davanti. Dall’aggressione di Putin contro l’Ucraina è apparso chiaro a molti di noi europei come non sia una buona idea attendere inermi gli eventi. Non è più possibile bendarsi gli occhi davanti all’espansionismo delle autocrazie del XXI secolo pregando che l’alleato americano continui a fornirci l’ombrello sotto cui ci siamo riparati per otto decenni. Per evitare di finire nella stessa trappola — «ciecopacifista», direbbe Giovanni Sartori — in cui caddero le democrazie liberali europee con l’appeasement di Monaco 1938 di fronte alle smanie egemoniche di Hitler, dobbiamo accettare l’idea di armarci e di essere pronti a batterci per la libertà, come ha fatto l’Ucraina dal 24 febbraio 2022 e come sembrano sempre più pronti a fare gli europei dell’Est, che hanno ancora incise nella memoria le cicatrici della tirannia sovietica. E tuttavia occorre respingere al tempo stesso l’idiota esaltazione della guerra come «lavacro della modernità» che attraversò le avanguardie culturali prodromiche ai fascismi alla vigilia della Prima guerra mondiale. Bisogna impedire che i nostri figli confondano un drammatico sacrificio per la libertà — ciò che in Italia compirono i nostri nonni nella Resistenza e che Churchill chiese agli inglesi sotto i bombardamenti nazisti — con un’ebete baldoria contro l’immobilismo e la noia. La guerra è dolore. Ma per evitarla non basta ripetere di non volerla, come non basta non volere nemici per non averne.

L’Occidente nel Terzo millennio è circondato di nemici, prima ancora che sul piano militare su quello culturale. Si tenta di sostenere che l’uomo liberale sia un degenerato, che le nostre libertà siano la fine della coesione sociale, che i diritti delle minoranze siano debolezze del popolo. Ci sono ottime ragioni per essere pessimisti e questo libro si propone di ricostruirne origini e motivazioni, ripercorrendo i grandi sconvolgimenti dell’ultimo quarto di secolo. Ma cercherà anche di seguire ciò che gli anglosassoni chiamano silver lining, quel filo d’argento che circonda le nuvole come una linea sottile di speranza. E che, per quanto strano appaia, passa proprio attraverso l’Europa, il continente più vecchio ma più saggio, più lento ma più colto, in apparenza più debole ma tanto forte da bandire dall’intera Unione europea la pena capitale.

Con l’America spaccata in due dal trumpismo e attraversata dai demoni di una seconda guerra civile e col cosiddetto «Sud globale» del mondo egemonizzato da due tirannie, quella russa e quella cinese, la nostra malconcia Ue pare il solo spazio possibile nel quale ripensare la democrazia di domani. Come hanno spiegato due italiani, Mario Draghi ed Enrico Letta, nei loro rapporti sulla Ue, o cresciamo o moriremo. O ci uniamo davvero, diventando una potenza, o spariremo nell’impotenza. Rammendare liberalismo e democrazia, due parti del nostro vestito comune che si sono strappate venticinque anni fa, dev’essere la missione europea: una missione tanto istituzionale quanto rivoluzionaria. La democrazia illiberale, un sistema volto a perpetuarsi con elezioni farsa fino a trasformarsi in autocrazia competitiva, e il liberalismo antidemocratico, un sistema di garanzia dei diritti tuttavia distante dalle reali preferenze politiche dei cittadini, sono le risposte sbagliate al grande enigma della democrazia contemporanea: come restituire al voto valore e consapevolezza.
Cercheremo insieme la soluzione: come tutte le donne italiane, mia madre votò per la prima volta al referendum istituzionale del 1946; quando rivedremo nei nostri ragazzi lo stesso orgoglio che la accompagnò tutta la vita per quella prima scheda nell’urna, sapremo di averla trovata. 

Roma, Torino e Salerno: al via le presentazioni con l’autore

Un viaggio nella grande crisi delle democrazie: è «Tyrannis» (Neri Pozza, pp. 496, euro 22) di Goffredo Buccini, in uscita per Neri Pozza. L’autore lo presenterà a Roma mercoledì 22 aprile, all’auditorium del museo Maxxi (ore 18.30, via Guido Reni 4 a): con lui, introdotti da Maria Emanuela Bruni, presidente Fondazione Maxxi, interverranno il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il senatore e segretario di Azione Carlo Calenda, il giornalista Antonio Di Bella e Alessia Melcangi, storica del Medio Oriente della Sapienza di Roma. Il 17 maggio Buccini sarà al Salone del Libro di Torino (ore 10.45, Sala Granata, Padiglione 1) con Maurizio Molinari e Lea Ypi moderati da Paola Peduzzi e il 13 giugno al festival Salerno Letteratura

13 aprile 2026 ( modifica il 13 aprile 2026 | 14:21)

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