L'impennata d'orgoglio ungherese
La vittoria netta di Magyar rafforza l’Europa, dopo sedici anni se ne va l’uomo dei veti
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L'impennata d'orgoglio ungherese
Paolo Valentino | 12 aprile 2026La vittoria netta di Magyar rafforza l’Europa, dopo sedici anni se ne va l’uomo dei veti
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Il nostro lungo incubo europeo è finito. Dopo sedici anni nei quali ha trasformato l’Ungheria in una «democrazia illiberale» nel cuore d’Europa, Viktor Orbán subisce una sconfitta elettorale devastante e senza appello. A Budapest vince Péter Magyar, l’ussaro che ha scoperchiato il tetto dell’edificio orbaniano, mostrandone crepe, vizi e segreti inconfessabili. Sul Danubio soffia il desiderio di cambiamento di un Paese stanco della satrapia corrotta e asservita del tribuno sovranista.
A urne ancora aperte, la vittoria di Magyar appare completa. Nonostante il truffaldino sistema elettorale cucito su misura per Orbán e il Fidesz, Tisza, il partito dello sfidante, ha infatti ottime probabilità di ottenere la maggioranza di due terzi nell’Országház, il Parlamento di Budapest, che gli consentirebbe di modificare la Costituzione.
Fin d’ora è chiaro che quella in Ungheria non è stata un’elezione, ma una rivoluzione. A partire dall’affluenza alle urne che ha sfiorato l’80%, la più alta partecipazione al voto dalla caduta del comunismo e un chiaro segnale che gli ungheresi hanno capito l’importanza della posta in gioco e hanno risposto a tono.
Il secondo dato rivoluzionario riguarda Viktor Orbán. È un destino singolare, il suo, ritrovarsi nello stesso punto cronologico della parabola del potere, che segnò la fine dei suoi due mentori. Sedici anni durò il regno di Helmut Kohl. Sedici anni quello di Angela Merkel, grande protettrice prima di diventare nemica.
Il tribuno magiaro ha scelto la strada del primo, andando di nuovo in battaglia per un quinto mandato. E ha fallito.
Come accadde per Kohl, il tempo non era più dalla sua parte. Lo si è visto in campagna elettorale, dove non ha più dettato l’agenda. Esaurita la carta di George Soros, che per anni era stato la sua testa di turco prediletta, ma ormai quasi centenario, Orbán si è inventato come nemico Volodymyr Zelensky, accusando l’Ucraina e gli alleati europei di voler trascinare Budapest in guerra. Ha battuto come mai prima la carta del nazionalismo magiaro, il mito dell’Ungheria martire della Storia sin dal Trattato del Trianon, che nel 1920 ridusse di due terzi il suo territorio.
Orbán ha chiamato in soccorso i leader sovranisti e amici, accorsi tutti insieme appassionatamente a dargli il loro appoggio, da Le Pen a Salvini, da Abascal a Wilders, passando per un’incauta Giorgia Meloni, con buona pace della neutralità pertinente a ogni governo nelle vicende elettorali di un Paese alleato. Dulcis in fundo, lui che Steve Bannon definì «Trump before Trump», ha sfoggiato l’amico americano, JD Vance di persona e lo stesso Donald via cellulare, anche se «I love Viktor» è suonato più grido di disperazione che altro. Che tanta mobilitazione si sia rivelata inutile, è un segnale che va ben oltre i confini ungheresi: la campana del Castello di Buda suona per l’intero universo sovranista, dai Maga americani ai nazionalisti del Vecchio Continente, agli estimatori extra moenia, come Erdogan, Putin e Xi Jinping.
A Budapest e nelle provincie magiare, il vecchio refrain della memoria e della paura si è infranto contro quello della speranza, intonato da Péter Magyar. Il nome è un presagio, Pietro l’Ungherese, che ha illuminato la faccia nascosta dell’orbanismo: l’inflazione, la fine della crescita, la sanità a pezzi. Soprattutto la corruzione diffusa, endemica che abusa dei fondi europei, premia parenti ed amici, mentre impoverisce la maggioranza della popolazione. «È l’economia, stupido!», è stato il mantra dell’ussaro sul tetto, che in più viene dalle file di Fidesz e conosce perfettamente la grammatica, i riti e le debolezze del sistema Orbán. Non solo, Magyar ha saputo intercettare la voglia di voltare pagina in un Paese dove i più giovani non hanno mai conosciuto un altro leader oltre Orbán e per una volta tutta l’opposizione lo ha votato in massa anche senza amarlo.
In realtà non è solo l’economia ed è questo il vero interrogativo che pende sul vincitore. Magyar ha promesso di ripristinare lo Stato di diritto, restituendo contrappesi e controlli al sistema. Ha annunciato di voler riprendere il dialogo con Bruxelles, invece di abusare del diritto di veto che è stata l’arma impropria con cui Orbán ha ricattato per anni l’Unione. E non ultimo, ha detto di voler mettere un freno alla crescente influenza russa sul Paese, che Orbán ha letteralmente messo al servizio degli interessi di Putin. È il minimo indispensabile per sbloccare i 90 miliardi di euro di fondi europei, ossigeno puro per l’economia magiara. In questo senso a Budapest ha vinto anche l’Europa. Sul resto, Peter l’Ungherese è stato vago, rimanendo in parte un oggetto misterioso: ha evitato ogni accenno all’Ucraina, contrario com’è al suo ingresso nell’Ue. Non si è espresso sul voto all’unanimità, vero macigno al collo dell’Unione. Non ha detto nulla sul rispetto delle minoranze, da quelle etniche e quelle di genere, che Orbán ha perseguitato. Mentre non vuole rinunciare all’opzione di continuare a importare il gas russo. Sul fondo egli rimane un nazionalista ungherese. Resta che questa sera, a Budapest, si è consumata una nuova rivoluzione europea. Che un leader screditato e asservito a potenze straniere è stato mandato a casa. E che Peter Magyar, incarni «la magia che vive in ogni inizio» di cui parlava Herman Hesse.
12 aprile 2026
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