Le occasioni perdute per far valere diritti
Forse è arrivato il momento di prendere in considerazione le persone che convivono stabilmente ma senza il vincolo del matrimonio
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Le occasioni perdute per far valere diritti
Giusi Fasano | 12 aprile 2026Forse è arrivato il momento di prendere in considerazione le persone che convivono stabilmente ma senza il vincolo del matrimonio
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Ci sono diritti sui quali il sistema giuridico si è dimostrato più avanti delle leggi con le quali aveva a che fare e certamente più avanti del Parlamento, che avrebbe dovuto decidere e invece è rimasto immobile. Parlo del delicatissimo tema del fine vita, per esempio, sul quale spesso i giudici hanno gettato, diciamo così, il cuore oltre l’ostacolo. E l’ostacolo era (è ancora) l’incapacità politica di decidere in modo chiaro e definitivo.
Ma qui, ora, questo ragionamento ci serve soltanto per introdurre un altro argomento che, proprio come il fine vita, avrebbe bisogno di essere regolato da legislatori illuminati. Forse è arrivato il momento di prendere in considerazione alcuni diritti delle persone che convivono stabilmente ma senza il vincolo del matrimonio. Perché è una nota stonata sullo spartito della Giustizia il fatto che una delle vedove della strage di Suviana non abbia diritto nemmeno a un centesimo di risarcimento poiché non era sposata all’uomo della sua vita, morto nell’esplosione della centrale idroelettrica di Bargi, due anni fa. Che poi non si può nemmeno chiamarla vedova... E allora come la definiamo una donna che perde tragicamente in una strage sul lavoro l’uomo con il quale condivideva i suoi giorni da 11 anni?
Non che sia questo il problema, è ovvio. Il problema è che Alessandro D’Andrea ha vissuto per un terzo della sua vita (cioè 11 dei suoi 36 anni) sotto lo stesso tetto di Sara e che, ai fini del risarcimento e della divisione dei loro beni, quegli 11 anni, quell’amore, quella condivisione di vita, sogni e progetti ora non contano niente. Non si parla di soldi; si parla di un principio che forse avrebbe senso studiare e regolare meglio seguendo l’evoluzione sociale e una maggiore corrispondenza fra la legge e la vita delle pesone. Il giudice che ha deciso di non concedere il risarcimento a Sara doveva valutare se sottoporre o no la questione alla Corte Costituzionale ma ha scelto di applicare la norma così com’è: soltanto per il coniuge e non il convivente. «Un’opportunità perduta», ha detto a La Nazione l’avvocato della famiglia D’Andrea, Gabriele Bordoni. Un ricorso alla Consulta su questo tema era già stato fatto (senza risultati) nel 2009, ma all’epoca non c’era ancora la legge che poi, nel 2016, disciplinò la convivenza «more uxorio». Per rivedere quella decisione del 2009 questa era l’occasione perfetta e non colta. Peccato.
12 aprile 2026
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