Francesco Pistoi: dal DJ set all’arte immersiva, la storia dietro Lunetta 11: «Papà Francesco mi ha insegnato a cercare il bello»
Un’eredità importante e uno sguardo contemporaneo: così Francesco Pistoi reinventa il dialogo tra arte, territorio e comunità. Cos'è il progetto Lunetta11 che ha ridefinito il modo di vivere l’arte oggi
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Francesco Pistoi: dal DJ set all’arte immersiva, la storia dietro Lunetta 11: «Papà Francesco mi ha insegnato a cercare il bello»
di Paola StroppianaUn’eredità importante e uno sguardo contemporaneo: così Francesco Pistoi reinventa il dialogo tra arte, territorio e comunità. Cos'è il progetto Lunetta11 che ha ridefinito il modo di vivere l’arte oggi
Francesco Pistoi è una figura eclettica che ha saputo intrecciare, con originalità e estro, due grandi passioni, la musica e l’arte. Cresciuto in un ambiente profondamente legato alla cultura, è figlio di Luciano Pistoi, intellettuale, giornalista, critico d’arte e gallerista di riferimento del Novecento italiano, e di Eva Menzio, figlia a sua volta del pittore Francesco Menzio, critica e gallerista di rilievo. Francesco ha trasformato, sin da giovane, il suo amore per la musica elettronica in una carriera luminosa: con il nome d’arte di Dj Pisti ha scalato le consolle suonando sia da solista sia come parte di progetti acclamati come il trio Motel Connection e il duo Mangaboo, punto di riferimento della scena elettronica nazionale e internazionale.
Negli ultimi anni, in parallelo alla sua carriera musicale, si è dedicato alle arti visive: nel 2019, insieme a sua madre e alla moglie Claudia Zunino, ha dato vita al progetto Lunetta11, un centro di produzione artistica immerso nella borgata di Lunetta, in Alta Langa. In questo luogo, campestre e selvatico, ospita mostre temporanee immerse nella natura, residenze per artisti, serate sonore, mostre e performance. Un ideale prosieguo, (si direbbe un richiamo del Dna) che lo ha portato a rinnovare l’esperienza di Volpaia, nella campagna toscana, dove il padre Luciano, nei primi anni ’80, inventò un nuovo modo di fare arte in dialogo con il territorio, modello che avrebbe fatto scuola. Ed è proprio a Lunetta che incontriamo Francesco, nel ricordo del genitore. Chi ha conosciuto Pistoi padre lo ricorda come un fine intellettuale (molti i suoi libri diventati punti di riferimento per la critica d’arte) ma soprattutto come illuminato committente di numerose generazioni di artisti, quasi indifferente alle logiche di mercato; il suo approccio metodologico è ancora oggi oggetto di tesi di laurea dedicate al suo operato.
Francesco, partiamo dalla storia di tuo padre…
«La sua famiglia è originaria di San Quirico d’Orcia, nel senese; mio nonno Silvio lavorava per le Ferrovie dello Stato, mio padre è nato a Roma nel ’27 per ragioni di servizio. Si trasferisce con la famiglia anni dopo a Torino: qui mia nonna Concetta, che aveva un negozio di giornali a Porta Nuova, rimane vedova con tre figli maschi. Mio padre lascia presto il collegio San Giuseppe e frequenta lo studio del futurista Pippo Oriani, conosciuto nei rifugi durante i bombardamenti. Poi arrivano la militanza nel Pci (il fratello di mio padre, Ennio, è stata una figura importante della Resistenza), l’arresto nell’inverno del ’44-45, il riformatorio Ferrante Aporti e le Carceri Nuove. In cella legge moltissimo e stringe un’amicizia, destinata a durare tutta la vita, con Mario Merz, come lui simpatizzante del partito comunista. Quando esce di prigione entra in redazione a L’Unità: prima correttore di bozze, poi critico d’arte, responsabile della terza pagina nazionale. Nel 1956 firma con Italo Calvino e Diego Novelli un documento di dissenso contro l’invasione sovietica dell’Ungheria: con un atto di coerenza lascerà il Pci un anno dopo».
Dal giornalismo passa all’arte proprio attraverso la scrittura ...
«Nel 1957 fonda a Torino la rivista Notizie – Associazione arti figurative, a cui subito dopo affianca la galleria che ruota intorno all’omonima rivista. È in questo contesto che si forma una nuova generazione di critici — Carla Lonzi, Enrico Crispolti, Gillo Dorfles — e collaborazioni fondamentali con Pinot Gallizio e Michel Tapié; in galleria passano artisti che in Italia non si erano mai visti: dal Giappone arrivano i Gutai, e poi Mark Tobey, Antoni Tàpies. In parallelo promuove giovani italiani come Giulio Paolini e Luciano Fabro, e riscopre maestri storici, tra cui René Magritte e Giacomo Balla. Non separa mai il passato dal presente: per lui l’arte è storia da leggere in continuità».
Quando si trasferisce da Roma a Torino? Perché l’esperienza torinese era conclusa?
«A metà degli anni ’70 la scena culturale si era spostata nella capitale: mio padre si trasferisce a Roma con Eva Menzio, che sposerà nel ‘75 (io sono nato nel ’72), avviando una collaborazione decennale con la Galleria dell’Oca di Luisa Laureati, moglie dallo storico dell’arte Giuliano Briganti. Negli anni romani prosegue con coerenza il proprio percorso, mantenendo intatta la vocazione che aveva definito la sua esperienza torinese. La mostra inaugurale, dedicata a Fausto Melotti, segna l’avvio di un’intensa attività espositiva, articolata nella valorizzazione di figure centrali dell’arte tra le due guerre, come Giorgio Morandi; parallelamente, si dedica alla promozione di artisti emergenti destinati a segnare il panorama contemporaneo, tra cui Sandro Chia, Enzo Cucchi e Luigi Ontani».
Nei primi anni ’80 inventa l’esperienza di Volpaia, nella campagna del Chianti…
«Nel 1982, seguendo l’idea che la galleria, così come concepita, fosse un capitolo chiuso, dà vita all’esperienza totalizzante di Volpaia, paese del Chianti: non una rassegna o una galleria, ma una festa dell’arte. Opere contemporanee in un borgo medievale, con la collaborazione di curatori come Corrado Levi, Giacinto di Pietrantonio, Laura Cherubini. Un’idea che oggi è applicata ovunque in mille declinazioni, ma all’epoca è stata una novità a livello internazionale. A Volpaia arrivano Merz, Paolini, Alighiero Boetti, Getulio Alviani, Carla Accardi, ma anche giovanissimi artisti toscani. I visitatori superano le 10.000 persone ad evento».
Da qui nasce «Arte all’Arte»…
«Volpaia è stata la scintilla per un progetto di più ampio respiro: portare l’arte contemporanea nei borghi toscani — San Gimignano, Volterra, Siena, Montalcino — in dialogo naturale con paesaggio e storia. Un’intuizione che dopo la sua morte diventerà uno dei progetti più influenti degli anni Novanta sulla scena internazionale, proseguita dai ragazzi di Galleria Continua di San Gimignano».
Muore nel 1995, a 68 anni. Qual è la prima immagine che le viene in mente di lui?
«C’era una grande differenza di età fra noi, ma ricordo la grande generosità, la propensione di fare stare bene gli altri. Mi spiegava l’arte, mi coinvolgeva molto nella sua passione. La sua eredità più grande è il ricordo, vivissimo, di come ci si sentiva stando accanto a lui: ascoltati e valorizzati».
Quanto ha influenzato la sua esperienza nel progetto di Lunetta 11?
«Sono stato molto fortunato: entrambi i miei genitori hanno inciso moltissimo nelle mie scelte. Il loro insegnamento è stato determinante, non solo per quanto riguarda la musica e l’arte, ma nell’approccio alla vita stessa, nella ricerca del Bello, nel saperlo coltivare con attenzione, seriamente, tenacemente».
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12 aprile 2026
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