Perché l'affluenza supererà quella delle amministrative
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Caro Aldo,
finalmente ci lasciamo alle spalle la campagna referendaria. Quanti andranno a votare e quale sarà l’esito del referendum?Luciano Lombardi
Anche stavolta assisteremo al solito astensionismo?
Marco Freddi
Cari lettori,
moltissimi di voi hanno scritto sul referendum, segno che l’opinione pubblica non è poi così disattenta. Nelle ultime elezioni amministrative, per scegliere sindaci e presidenti di Regione è andato alle urne poco più di un terzo dell’elettorato. Domenica e lunedì secondo me non andrà così. La partecipazione sarà più alta. Questo perché ormai il referendum è diventato un voto politico. E a un voto politico gli italiani partecipano più che a un voto amministrativo. Anche perché non si vota da tre anni e mezzo.
Non dovrebbe essere così. Si dovrebbe votare semplicemente sulla separazione delle carriere. Ma il referendum, a prescindere dalla volontà dei protagonisti, è diventato anche un giudizio sul governo. La presidente del Consiglio si è spesa molto, e ci sarebbe da stupirsi se si vedrà che non è riuscita a portare i suoi alle urne. Se ci riuscirà, vincerà, perché in Italia la destra unita ha sempre battuto la sinistra. La sinistra ha vinto solo quando è riuscita a dividere la destra; stavolta invece è accaduto il contrario. Inoltre la magistratura non è esattamente nella sua fase di maggior consenso (cosa che si potrebbe dire di molte altre categorie, dai politici ai giornalisti). A rendere però incerto il risultato ci sono alcune regole generali della politica: è più facile costruire maggioranze «contro» piuttosto che maggioranze «per»; la fase politica ed economica, con la guerra di Trump e l’aumento dei prezzi, non è favorevole; spesso i governi i referendum li hanno persi, sia all’estero — De Gaulle nel 1969, financo Pinochet nel 1988 — sia in Italia: Berlusconi nel 2006 (ma aveva già perso le elezioni), Renzi nel 2016. In entrambe le occasioni la riforma era volta a rafforzare i poteri dell’esecutivo e snellire l’iter parlamentare delle leggi: obiettivi ambiziosi, bocciati abbastanza nettamente dagli elettori. Stavolta però non si vota sul premierato o sull’elezione diretta del capo dello Stato, argomenti storici della destra italiana, ma su una questione che la riforma Cartabia ha reso poco più che simbolica, e comunque non in testa all’agenda della destra. Giorgia Meloni ha scelto di correre un’alea, un rischio. Se il Sì vincerà, sarà per lei una prova di forza.
21 marzo 2026
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