Gli afghani a Doha, ostaggi di due guerre
Corriere della Sera - Cultura

Gli afghani a Doha, ostaggi di due guerre

Venerdì 20 marzo 2026
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Sono in 1.100. Nel 2021, dopo il ritiro americano e il ritorno dei talebani a Kabul, furono inizialmente trasferiti in Qatar, destinazione ultima gli Stati Uniti, per effetto di un programma deciso dall’amministrazione Biden e sospeso il giorno del suo arrivo alla Casa Bianca dal golfista di Mar-a-Lago. Non possono tornare in patria, minacciati da un regime ispirato al fanatismo islamico, ma a Washington non li vogliono

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Gli afghani a Doha, ostaggi di due guerre

Paolo Lepri | 20 marzo 2026

Sono in 1.100. Nel 2021, dopo il ritiro americano e il ritorno dei talebani a Kabul, furono inizialmente trasferiti in Qatar, destinazione ultima gli Stati Uniti, per effetto di un programma deciso dall’amministrazione Biden e sospeso il giorno del suo arrivo alla Casa Bianca dal golfista di Mar-a-Lago. Non possono tornare in patria, minacciati da un regime ispirato al fanatismo islamico, ma a Washington non li vogliono

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Sono gli ostaggi di due guerre — una finita senza soluzioni, l’altra cominciata senza strategie — e di una presidenza, quella di Donald Trump, che rifiuta i valori della solidarietà umana. Stiamo parlando di 1.100 afghani che nel 2021, dopo il ritiro americano e il ritorno dei talebani a Kabul, furono inizialmente trasferiti in Qatar, destinazione ultima gli Stati Uniti, per effetto di un programma deciso dall’amministrazione Biden e sospeso il giorno del suo arrivo alla Casa Bianca dal golfista di Mar-a-Lago. Non possono tornare in patria, minacciati da un regime ispirato al fanatismo islamico, ma a Washington non li vogliono. L’ex installazione militare di Camp As-Sayliyah, a Doha, dove sono alloggiati, verrà chiusa il 31 marzo, mentre la non lontana base dell’aviazione Usa di Al-Udeid è stata colpita ripetutamente dall’Iran dopo l’avvio dell’operazione «furia epica». Insomma, una trappola infernale.

Chi sta facendo di tutto per salvare questo gruppo di dimenticati è un veterano della marina, Shawn VanDiver, fondatore a San Diego dell’associazione Afghan Evac, la cui missione è aiutare gli afghani che hanno collaborato con gli Stati Uniti a reinsediarsi. «Non so come i nostri futuri partner potranno fidarsi di noi se non manteniamo la parola data a persone che sono state dalla nostra parte per vent’anni», dice l’ex militare americano. Un reportage della Bbc riferisce di un messaggio collettivo in cui si scrive che «la gente vaga nei corridoi e piange». Un’avvocatessa che ha difeso nel passato molte donne vittime di abusi in famiglia racconta la sua disperazione: «Coloro che ho contribuito a fare condannare sono adesso al potere e cercheranno di vendicarsi».

Shawn VanDiver non si arrende e contesta la posizione del Dipartimento di Stato che accusa Biden di aver voluto accogliere quanti più afghani possibile evitando di vagliarne adeguatamente la posizione. Ma il tempo stringe. Passa così velocemente che sembrano secoli da quando un altro presidente repubblicano, Gerald Ford, sottolineava all’indomani della caduta di Saigon (come ricorda il sito di Afghan Evac) la tradizione di lunga data del suo paese di «fornire un rifugio alle vittime di persecuzione religiosa, etnica e politica».

20 marzo 2026

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