La questione (aperta) del Nord
Corriere della Sera - Cultura

La questione (aperta) del Nord

Venerdì 20 marzo 2026
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Le idee di Umberto Bossi, con guizzi e ombre, hanno segnato un’epoca e aspettano ancora risposte politiche

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La questione (aperta) del Nord

Venanzio Postiglione | 20 marzo 2026

Le idee di Umberto Bossi, con guizzi e ombre, hanno segnato un’epoca e aspettano ancora risposte politiche

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Che immagine. E quanto si divertiva. L’aria frizzante, i militanti in delirio. Lui con un cardigan tra grigio, panna e bordeaux: sulla camicia verde, certo. Un rito che sembrava un po’ pagano e (molto) folcloristico, ma intanto si chiamava politica. È il 13 settembre 1996, Umberto Bossi raccoglie le gocce del dio Po sul Monviso e porta l’ampolla a spasso per la pianura padana, tappa dopo tappa, tra un comizio lungo il fiume e una pizza a notte fonda. Fino a gettare l’acqua nell’Adriatico e a proclamare la libertà del Nord.
Non scattò la secessione, non la voleva neppure lui. Non si aprì neppure la stagione del federalismo. E l’autonomia, differenziata o meno, viaggia ancora tra le nuvole, trent’anni dopo. Dal ’94 in poi nascono e cadono le quattro grandi illusioni del Cambiamento italiano. Berlusconi promette la rivoluzione liberale e viene disarcionato (dallo stesso Bossi). Prodi unisce i riformisti, inventa l’Ulivo e lo porta a Palazzo Chigi (poi viene fermato da Bertinotti, e non solo). Mani pulite vuole «rivoltare il Paese come un calzino», non un programma da poco, ma non è andata esattamente così. Gianfranco Miglio, l’ideologo, immagina l’Italia federale e Bossi la traduce nel disegno del Nord che produce le uova d’oro e Roma «ladrona» che se le prende tutte. Il cuore di «quella» Lega era Pontida ed è a Pontida, domani, che si faranno i funerali del senatur. Scelta simbolica e sentimentale, anche opportuna, al di là dei pensieri e dei giudizi sulla figura di Umberto Bossi.

Un pezzo della nostra storia, questo è un fatto. Pontida, allo stesso tempo, è la quarta illusione italiana degli anni Novanta, è il pratone dei desideri che si sono espressi e non si sono realizzati. Quando Marco Formentini, un moderato perbene, venne eletto sindaco di Milano nel giugno del ’93, sembrava davvero che fosse arrivato il vento del Nord. Fu un refolo più che una tempesta.
Forse è vero che Bossi è stato il primo populista. Forse è vero che i toni e i modi sopra le righe, chiamiamoli così, hanno aperto un nuovo ciclo politico. Sicuramente è vero che linguaggio e visione misogini fossero inaccettabili. Ma l’idea della «questione settentrionale» era (e resta) seria, va oltre il senatur, oltre i suoi guizzi e i suoi eccessi: è stata associata alle forme per dimenticare meglio la sostanza. Imprese, autonomia, ceto medio: i tre pilastri della vecchia Lega (e della lunga alleanza con Berlusconi) sono senza portavoce e senza interpreti da anni. Che spesso i proprietari delle medie e piccole imprese e i loro operai votassero, assieme, per Umberto Bossi, resta un caso unico, e ampiamente rimosso, nelle vicende politiche italiane.

La Lega ex Nord è oggi un partito di destra che sfida Fratelli d’Italia sui temi della sicurezza e dell’immigrazione, passando per la casa del bosco e il bosco di Rogoredo. L’uscita di Vannacci ha provocato uno scossone, non un cambio di linea. La crescita e l’innovazione nazionale corrono lungo l’autostrada A4 che taglia la pianura padana, con Milano saldamente al centro, ma il traguardo politico sembra il ponte sullo Stretto di Messina. I governatori leghisti del Nord non la pensano allo stesso modo e forse non la pensa allo stesso modo neppure Giancarlo Giorgetti, il volto centrista (e nordista) del partito, che ieri non a caso era nell’abitazione del senatur a Gemonio. Ma due anime restano due anime e non fanno un’anima sola.

Passata la battaglia sul referendum, assodato che non ci sarà l’apocalisse, si aprirà la lunga corsa verso il voto politico dell’anno prossimo. E allora centrodestra e centrosinistra potrebbero (dovrebbero) spiegare cosa è per loro la questione settentrionale. Come e quando può ripartire un Paese che non avrà più i fondi europei ma dovrà ricominciare dalle sue imprese, dalla sua creatività, dal suo sistema di competitività ancora apprezzato nel mondo. Se si contassero le visite a Milano delle leader e dei leader di una parte e dell’altra, si potrebbe dire che il modello Nord non è in cima alle agende politiche. Con i 5 Stelle radicati al Sud, cosa legittima, la Lega che si sente (da tempo) nazionale, gli altri partiti decisamente latitanti o distratti, non si vede chi possa raccogliere l’eredità di Bossi. L’eredità politica. Che è quello che conta. E pesa ancora. Al di là degli aspetti sicuramente controversi del personaggio che stanno infiammando una bella fetta del web e dei social, dove neppure la morte garantisce la pace. Non eterna, per carità. Solo il tempo dei funerali.

Le esequie a Pontida, dove Bossi non andava più, sono anche le esequie del comizio di una volta. Passione e presenza fisica. Feeling con i militanti e messaggi al Paese. L’8 maggio 1990, elezioni amministrative, il Corriere della Sera titolava a grandi caratteri: «Crolla il Pci, trionfa la Lega». E a centro pagina: «I lombardi alla crociata, il 20 giuramento a Pontida». Il Nord non ha lasciato l’Italia, per fortuna, forse un pezzo d’Italia ha dimenticato il Nord. Cioè se stessa. Con tutti i suoi difetti e le sue cadute, il senatur era un leader visionario: chi e come rappresenterà la questione settentrionale è una pagina aperta, un tema irrisolto. Il rito stravagante dell’ampolla del Po restò un atto politico: né una rivoluzione né una nuova religione. E gli stessi «trecentomila bergamaschi armati» pronti a calare su Roma rimasero a casa. Anche perché Bergamo, ce ne accorgemmo la sera stessa, ha solo 120 mila abitanti.

20 marzo 2026

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