La poetessa Patrizia Valduga: «Analfabeti morali al potere in Occidente. Non seguo la poesia contemporanea, preferisco i grandi del passato»
Corriere della Sera - Cultura

La poetessa Patrizia Valduga: «Analfabeti morali al potere in Occidente. Non seguo la poesia contemporanea, preferisco i grandi del passato»

Venerdì 20 marzo 2026
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Il Premio Saba all’artista veneta. Versi civili, «invettiva alla guerra e ai mali attuali del mondo». «Io sola da 22 anni. L'erotismo? Non ricordo neanche cosa sia»

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La poetessa Patrizia Valduga: «Analfabeti morali al potere in Occidente. Non seguo la poesia contemporanea, preferisco i grandi del passato»

di Francesca Visentin

Il Premio Saba all’artista veneta. Versi civili, «invettiva alla guerra e ai mali attuali del mondo». «Io sola da 22 anni. L'erotismo? Non ricordo neanche cosa sia»

Patrizia Valduga

«Ne ho abbastanza di angosce e di sconforti… Io voglio vendicare tutti i morti di queste guerre vere e d’invenzione volute da chi merita il mio drone».
Patrizia Valduga, voce oltre l’indifferenza e la retorica, ha vinto il Premio Umberto Saba Poesia per il libro Lacrimae Rerum(Einaudi). Il 21 marzo, nella Giornata Mondiale della Poesia, riceverà il riconoscimento a Trieste al Museo Lets Letteratura (ore 17), in dialogo con i poeti della giuria del Premio, tra cui Gian Mario Villalta.
Versi di indignazione e urgenza di reagire a guerre e ingiustizie, quelli di Lacrimae Rerum. Il sottotitolo della raccolta è una poesia eloquente: «Padroni della guerra e della morte, che gestite patrimoni di morte e fate investimenti sulla morte, cosa posso augurarvi se non morte?». L’interiorità reagisce all’orrore del mondo tra inquietudini, ironia, vendetta. «...spazzatura del mondo, e se vi arriva una sventura e finite… feriti in un tugurio… Non è solo un’ipotesi: è un augurio».
Ma nei versi di Valduga c’è anche nostalgia, solitudine, consapevolezza (dolorosa) del tempo che passa, amore vagheggiato. «Però, che spreco starsene da sola come tenendo il fiato… un nodo in gola… quando potrei far felice chiunque… se mai mi accontentassi di chiunque». Un io che ha corpo e desideri, in contrasto con il tempo storico di questa «indegna guerra». Poesia interiore e civile, come evidenzia la motivazione del Saba, il Premio curato da Fondazione Pordenonelegge.it, che apprezza «l’invettiva contro i mali attuali del mondo». E plaude al suo mettere in luce con la poesia « quanto possa risultare lacerante l’indifferenza alla quale si rischia di fare abitudine».

Valduga, la motivazione del Premio Saba sottolinea il valore dell’urgenza di reagire, oltre l’indifferenza e la retorica. La poesia è anche impegno civile?
«Penso che la poesia debba essere soltanto bella poesia, poesia vera, che dà piacere e fa pensare. Se rende le persone migliori, ha assolto la sua funzione civile».

Il libro è dedicato «a chi ha fame e sete di giustizia». I versi devono essere consolazione o incitamento a ribellarsi?
«No, no, non rabbia, solo disperazione. Penso che i versi possano, sì, consolare, far riflettere su sé e sul mondo, ma incitare alla ribellione no: ci vuole ben altro, ci vuole la politica».

In un «Occidente fucina di infamia e furia assassina» emerge l’urgenza di «vendicare tutti i morti». E scrive che saprebbe a chi spedire qualche metaforico drone. Qual è la funzione della letteratura in questo scenario?
«Oggi è come se l’Occidente avesse dimenticato i suoi valori, mi pare che la maggior parte delle persone che sono al potere oggi siano degli analfabeti morali. Forse la letteratura potrebbe almeno schierarsi dalla parte di chi ne fa le spese».

Se davvero potesse inviare un drone metaforico, contro chi?
«Uno solo? Mi verrebbe da dire contro Netanyahu e un altro contro Trump, ma sbaglierei. Meglio mandarlo su chi li ha messi e li tiene al potere finanziandoli, le cosidette «Big Three». Ma la verità è che non potrei ammazzare nessuno. L’unico essere vivente che ammazzo sono le zanzare».

In «Lacrimae Rerum» scrive che si trasferirà a Venezia: «di Milano che finge d’esser viva meglio Venezia morta per davvero». Desiderio o progetto concreto?
«Progetto concreto. Venezia è la città dove ho studiato con Francesco Orlando, ascoltato Michel Foucault e Jacques Derrida, scritto i primi sonetti, amato clandestinamente Raboni... Le ho anche dedicato dei versi: Venezia! Oh! ti rivedo mia città / prediletta, funereo fresco fiore / in estasi di sole che si screzia / sulle mie beatitudini d’amore!».

L’amore a 70 anni, «cosa miracolosa», ma anche pretesto «per non restare sola», «basta e avanza un’amicizia amorosa». Com’è cambiato l’amore in questa fase della sua vita?
«Vivo sola da ventidue anni. È molto triste, perché io funziono solo in coppia come i piedi».

E il desiderio?
«Quello che desidero enormente adesso è qualcuno che stia bene con me, che si diverta a parlare con me, a non far niente con me. Ma mi si cerca solo se servo a qualcosa, magari solo per potersi dire amici miei».

L’orizzonte della poesia contemporanea le piace?
«Non la seguo più da tanti anni. Preferisco stare con i grandi poeti del passato».

Ha spesso ripetuto che il confronto con il poeta Giovanni Raboni non è sostenibile, l’ha definito «patrimonio dell’umanità» e anche in questo libro invita a leggerlo. Avete condiviso amore, vita e poesia, cosa le manca di più di lui?
«La sua persona, tutta intera: la sua sapienza letteraria e morale, la sua onestà, il coraggio, l’ingegno abbagliante, l’umorismo, la pacatezza...».

Viene definita anche poeta erotica, si riconosce?
«Come tutti gli scrittori erotici, ho scritto versi sulla sessualità perché avevo problemi a godere. La lingua batte dove il dente duole».

Come vive oggi l’erotismo?
«Non mi ricordo neanche più che cosa sia».

Pensando alla sua vita e alla carriera letteraria, ha rimpianti?
«Ho scritto nella mia pagina Facebook che morirò con un solo rimpianto: quello di non aver mai avuto il riscaldamento autonomo. Spero di fare in tempo ad averlo a Venezia».

Un ricordo felice?
«Ne prendo uno lontano: Belluno, quattordici anni, pantaloni di velluto neri, maglione dolcevita nero, seduta per la prima volta a un bar da sola, all’aperto, a fumare una sigaretta: quanta vita avevo allora, quanta energia. Ero padrona di me, era come se il mondo mi stesse aspettando».

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