A casa di Bossi un anno dopo l'ictus
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Caro Aldo,
mi piace ricordare Umberto Bossi che, anche in pubblico, indossava la canottiera. Dunque, un segretario di partito alla mano, senza tema di passare per uno zoticone dopo la lunga stagione dei segretari «a modo». Molti lo votarono, non dico soprattutto, ma anche per questo suo modo di presentarsi alla gente. Lei l’ha conosciuto di persona, che ricordo ne ha?
Alessandro Prandi
Caro Alessandro,
i giornali sono pieni di racconti in prima persona su Umberto Bossi, perché chiunque abbia seguito la politica negli anni 90 e nei primi anni 2000 ha avuto dimestichezza con lui. Non esistevano i social, i leader non si facevano intervistare da blogger e podcaster, e cercavano il rapporto con i giornalisti. Bossi non aveva intermediari e — onore al merito — non ha mai mandato una smentita in vita sua. Questo non significa che fosse un santo. Personalmente non ho mai condiviso le sue idee, a maggior ragione quando denigrava il Risorgimento e l’unità nazionale — trovando una forte sponda nei neoborbonici — e vagheggiava di staccare il Nord dall’Italia per portarlo in Europa: disegno che oggi appare folle, anche perché presupponeva un’unificazione europea che non c’è stata. L’uomo era rude, burbero ma generoso. Alla vigilia del congresso di Napoli di Alleanza nazionale, poco prima delle politiche del 2001, gli telefonai per farmi raccontare il suo rapporto con il Sud, lui che passava per razzista ma aveva sposato una siciliana. Mi parlò a lungo della sua passione per la pizza, di quando da giovane cantava Maruzzella, del fascino di Napoli. Dopo di che lo salutai, e lui ci rimase malissimo: «Quando facciamo l’intervista?». Non ebbi cuore di dirgli che quella era l’intervista, così parlammo a lungo di politica, e ascoltai pazientemente cose che non avrei scritto. Il giorno dopo Bossi fu accolto trionfalmente dai delegati di An. Nei vicoli del centro andò meno bene: la folla lo mise in fuga («scurnacchiate!»). La vera intervista la feci nel 2005, un anno dopo l’ictus che l’aveva tenuto in silenzio. La devo all’intercessione di Giulio Tremonti, che era un suo amico vero. Andai per due volte a Gemonio invano, come nella tenda di Gheddafi. La terza volta Bossi mi ricevette, e massaggiando la mano morta con la mano buona mi parlò della malattia, di come passasse le serate in famiglia cantando Battisti, delle trasmissioni tv che aveva visto. Disse che sognava un film sulla battaglia di Legnano e Van De Sfroos a Sanremo, cose che poi sono successe. Poi diede il titolo: «Dopo di me verrà mio figlio Renzo». Il giorno dopo scoppiò un pandemonio, a conferma che la leadership di Bossi stava declinando. Oggi la Lega ha una linea diametralmente opposta alla sua, è nazionalista, anti-europeista e flirta con i neofascisti. Bossi era criticabile, criticabilissimo, ma aveva la tempra del fondatore, del cavallo di razza, del falco da preda. Intuì che i piccoli imprenditori, gli artigiani ma anche gli operai del Nord non ne potevano più della Dc, delle tasse, della burocrazia, sentivano di non contare culturalmente nulla, chiedevano una rappresentanza, e bene o male la trovarono in lui.
20 marzo 2026
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