Il presepe napoletano in corsa per la lista Unesco su proposta del ministero della Cultura
La richiesta è all'attenzione della Commissione per le nuove iscrizioni nel novero del Patrimonio immateriale. Le sue origini, dal 1200 ai Borbone
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Il presepe napoletano in corsa per la lista Unesco su proposta del ministero della Cultura
di Vincenzo EspositoLa richiesta è all'attenzione della Commissione per le nuove iscrizioni nel novero del Patrimonio immateriale. Le sue origini, dal 1200 ai Borbone
«Ueh, ueh. Te piace ’o presepe?». La domanda di Luca(riello) Cupiello al figlio Tommasino ora viene girata all’Unesco, con tanto di candidatura della Natività a patrimonio immateriale dell’umanità.
A porla la Commissione per le nuove iscrizioni al patrimonio su proposta del ministero della Cultura guidato da Giuli. Va subito detto che la richiesta arriva ottocento anni dopo la morte di San Francesco, che ebbe la grande idea (1223) di rappresentare una Natività vivente per rendere più facile l’apprendimento del cristianesimo da parte dei contadini analfabeti.
Il nome presepe deriva dal latino «prae saepe» letteralmente «davanti alla siepe» che indicava in epoca romana una mangiatoia, spazio per animali. Dato quello che era da dare a Roma e ad Assisi va detto ovviamente che in tutta questa storia Napoli c’entra molto anche se nella proposta di candidatura non viene mai nominata. Perché se Carlo di Borbone (non ancora III) non avesse sviluppato una passione per la Natività, la «tradizione» che Lucariello voleva salvare a tutti i costi non sarebbe mai nata.
Così per il piacere del sovrano furono create nel Settecento statuette di enorme realismo e ci fu gran gara tra le tante famiglie nobili su chi mettesse in campo il presepe più bello, quello capace di affascinare il re, e di conseguenza ottenere i suoi favori. Vennero scelte sete preziose e stoffe sofisticate per gli abiti, sarti per vestire le statuette, argento e oro per ornare i personaggi e ovviamente ci fu gara anche per accaparrarsi gli artigiani, se non gli scultori più bravi.
Sanmartino, passato alla storia per il Cristo velato della Cappella Sansevero, era un costruttore di pastori di altissimo livello (chi ha visto il Cuciniello a San Martino può capirlo). Ma non è tutto. Il presepe diventa una rappresentazione della vita quotidiana napoletana dell’epoca, una testimonianza della società di allora con tanto di fame, povertà, diseguaglianze sociali, malattie. C’è chi mangia nelle taverne, chi lava i panni, chi conduce animali. E poi il mercato, gli giannizzeri, i giocatori di carte e di dadi, gli imbroglioni. E mille e mille particolari che creano oggi un’atmosfera che rapisce l’osservatore attento e affascina perfino quello più superficiale.
Chi ha visitato il museo di San Martino può vedere una serie di pastori che riportano le malattie (quelle visibili) più diffuse all’epoca. Anziane con il gozzo, ad esempio. O i lebbrosi, cenciosi e con piaghe fasciate di stracci. Ma i più sono gli storpi e gli sciancati. Poi i ciechi e tanti con segni di deformità, soprattutto sulla schiena, scaricatori, trasportatori e operai. Al centro la mangiatoia, sempre all’interno delle rovine di un tempio romano. Nasce il cristianesimo, il mondo pagano crolla.
Ovvio che se dopo la pizza anche il presepe dovesse diventare patrimonio immateriale dell’umanità per Napoli sarebbe un bel colpo. La strada è ancora lunga ma nel caso di un sì dell’Unesco bisognerà prepararsi a raddoppiare, triplicare San Gregorio Armeno. Lì la strada è stretta.
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