Una piccola strage per il bene di tutti
Corriere della Sera - Cultura

Una piccola strage per il bene di tutti

Venerdì 20 marzo 2026
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Una piccola strage per il bene di tutti

di Fortunato Cerlino

Scusate se mi rivolgo a voi per un consiglio personale.
Conoscete la mia discrezione e credetemi, proprio non lo avrei fatto se non fosse che tengo overamente bisogno di capire se sono io quello sbagliato, oppure ’o munno ha perso completamente ’a capa.
Ci ho provato a parlarne con qualche amico, ma non è servito a molto. Ogni vota ho trovato sempre le stesse reazioni. Silenzio, sguardi imbarazzati, qualcuno che cambia discorso.
Eppure la storia è semplicissima. E in parte credo che riguardi pure a voi. Statemi a sentire.
Da anni, come sapete, in città non si parlava d’altro che di quella famiglia. ’Na famiglia pericolosa. Di quelle che fanno del male al prossimo, che rovinano la vita agli altri, che rappresentano una minaccia per tutti. Le femmine di quella famiglia, in particolare, erano trattate come schiave. Umiliate, segregate, e pure uccise. Il peggio è che non si trattava di una minaccia confinata. Informazioni certe dicevano che i capiclan di quella famiglia si stavano pure dotando di armi micidiali, perché volevano estendere il loro dominio e le loro regole a tutta ’a città.
Non faccio nomi. Ma penso che avete capito benissimo di chi parlo.


Ogni volta che si usciva a parlare di questa famiglia, le conclusioni erano sempre le stesse.
«Possibile che nessuno fa niente?».
«Gente così dovrebbe sparire dalla faccia della terra».
«Qualcuno prima o poi dovrà fermarli».
Frasi come queste le ho sentite centinaia di volte.
Così, a un certo punto, mi sono detto: ma scusate, se siamo tutti d’accordo che questa gente è pericolosa, pecché nessuno agisce? Perché tutti aspettano sempre qualcun altro?
Accussì ho deciso di assumermi io questa responsabilità. Insieme a un amico mio che condivideva la mia stessa volontà.
Sia chiaro, non per cattiveria. Non per vendetta personale.
Ma proprio per senso civico. Direi quasi per spirito di servizio.
L’altro giorno io e l’amico mio siamo passati all’azione.
Mo non sto qui a entrare nei dettagli, ma vi devo confessare che sterminare quella famiglia si è rivelato un poco più complicato del previsto. Abbiamo cominciato ad avere qualche difficoltà logistica, qualche piccolo problema operativo. Niente di drammatico, per carità. Cose che capitano. Ci siamo resi conto, per esempio, che per eliminare gli elementi di quella famiglia abbiamo dovuto agire un poco più su larga scala. Per giorni abbiamo bombardato ’o quartiere dove si nascondevano, distruggendo case e palazzi, strade e infrastrutture di ogni genere. Chiaramente qualche effetto collaterale era da mettere in conto. Cosa che ci dispiace, per carità. Come quando, per sbaglio, abbiamo trucidato delle creature in una scuola femminile che si trovava a pochi metri da uno dei covi di quegli infami.
Ma queste, lo sapete meglio di me, sono cose impossibili da evitare. Quanno ’o pesce fete, è inutile stare a capire chi si salva nell’acquario. Meglio svacantare la vasca con tutto il marcio. Con buona pace di chi non c’azzeccava niente.
Ora, capisco che la cosa possa creare scandalo, ma non bisogna mai perdere la visione d’insieme. Se questa gente rappresentava un pericolo per tutti, eliminarla non era forse, in ogni caso, l’urgenza primaria?
E qui è nato il mio problema.
Perché, come vi ho detto, l’operazione si è un poco complicata sul campo. E così ho fatto la cosa più naturale del mondo: ho chiesto aiuto.
Ho chiamato proprio alcune delle stesse persone che per anni mi avevano spiegato quanto fosse pericolosa quella famiglia. Quelle che dicevano che qualcuno avrebbe dovuto fare qualcosa. Sapete cosa mi hanno risposto? Niente.
Alcuni hanno detto che non volevano essere coinvolti.
Altri mi hanno spiegato, con un tono scandalizzato, che un omicidio resta pur sempre un omicidio. Uno addirittura mi ha detto:
«Ma sei impazzito ad agire così, senza accordarti con gli altri?».
Io sono rimasto overamente senza parole. Scusate, ma non eravamo già tutti d’accordo? Non eravamo tutti convinti che quel male andava estirpato? E allora mo pecché improvvisamente tutti diventano così sensibili a questioni secondarie? Questioni civili, legali?
Addirittura dicono che ’o problema sono io. Che tengo manie di onnipotenza, che tengo ’a capa calda e ’o grilletto facile.
Che se ho agito è per qualche interesse personale. Come se fossi stato io a creare quella situazione. Come se fossi stato io, da solo, per anni, a dire che quella gente era pericolosa. Io ho semplicemente preso sul serio quello che tutti ripetevano.
Ho fatto quello che, a parole, sembrava necessario.
E ora mi trovo qui, da solo, con ’na montagna di cadaveri da sotterrare, e una quantità sorprendente di persone che scoprono di avere dei principii.
Per questo ho bisogno del vostro consiglio. Perché overo non riesco a capire. Sono io che ho frainteso tutto?
Ma se ci volevate scendere a patti cu sta gente, pecché non lo avete fatto prima?
Oppure viviamo in un mondo in cui tutti invocano il coraggio, purché sia sempre qualcun altro a sporcarsi le mani?
Mo fossi io l’assassino? Io solo? Che poi, in fin dei conti, che vi avevo chiesto? Solo di darmi una mano a portare a termine una piccola strage per il bene di tutti.

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