Gisèle Pelicot a Torino: «Dopo il processo un ragazzo mi ha detto "mi vergogno di essere uomo". Ma i sessi non vanno contrapposti, serve armonia reciproca»
Corriere della Sera - Cultura

Gisèle Pelicot a Torino: «Dopo il processo un ragazzo mi ha detto "mi vergogno di essere uomo". Ma i sessi non vanno contrapposti, serve armonia reciproca»

Giovedì 19 marzo 2026
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Ospite di «Anteprima Salone del libro», incontro alla Cavallerizza Reale con 400 persone. «La cosa più difficile è stata guardare quei filmati. Erano immagini intollerabili. Ma ora non sono più vittima, so di aver vinto»

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Gisèle Pelicot a Torino: «Dopo il processo un ragazzo mi ha detto "mi vergogno di essere uomo". Ma i sessi non vanno contrapposti, serve armonia reciproca»

di Teresa Cioffi

Ospite di «Anteprima Salone del libro», incontro alla Cavallerizza Reale con 400 persone. «La cosa più difficile è stata guardare quei filmati. Erano immagini intollerabili. Ma ora non sono più vittima, so di aver vinto»

Gisèle Pelicot con Annalena Benini e Jasmine Trinca (LaPresse)

In piedi, quattrocento persone applaudono Gisèle Pelicot non appena fa il suo ingresso nell’aula magna della Cavallerizza Reale. Il suo caso ha risvegliato la Francia e oltre, ha introdotto la nozione di consenso nel codice penale francese, ha trasformato lo sguardo dell’opinione pubblica sui temi delle molestie sessuali e dello stupro. 

Lei, quell’applauso lo riconosce: è lo stesso che incontrava ad Avignone, nel 2024, quando si è aperto il processo contro il marito Dominique e altre decine di uomini accusati di aver abusato di lei. Prima di entrare in aula, incontrava altre donne nei corridoi del tribunale. La applaudivano, per sostenerla. Una vicinanza femminile e non che ha accompagnato Pelicot fino alla fine del processo, concluso con la condanna di 51 uomini e vent’anni di carcere al marito. Per un decennio l’uomo ha drogato sua moglie, ha abusato di lei e ha permesso ad altri uomini di commettere la stessa violenza mentre era priva di sensi. Mercoledì 18 marzo quell’applauso, quella stessa vicinanza che si era manifestata durante il processo, si è fatta sentire anche a Torino.

Gisèle Pelicot è stata ospite della direttrice del Salone del Libro Annalena Benini e, nell’ambito delle iniziative di Aspettando il Salone, ha presentato il suo ultimo libro. Si intitola Un inno alla vita (Rizzoli): «Questo libro è un messaggio di speranza. Per ricordare che, nonostante le avversità, è possibile rialzarsi. Io sono la prova vivente che si può ritrovare il colore nell’oscurità più assoluta. Il libro non esprime né odio né rabbia. Sono inutili, non fanno altro che distruggere. Ho indossato i panni della vittima e oggi non voglio più indossarli. Ho vinto la mia battaglia». 

Gisèle Pelicot, scegliendo di aprire il suo processo ai media, ha insegnato che essere vittime non significa essere deboli. Che la vergogna non deve appartenere a chi subisce violenza, ma a chi la commette. Ora, raccontando il suo vissuto in Un inno alla vita, non smette di battersi per la difesa della sua dignità e di quella di tutte le donne che hanno subito abusi. Tra le pagine racconta le difficoltà affrontate, dallo choc di scoprire la vera identità dell’uomo con cui ha trascorso una vita alla scoperta dei filmati che ritraggono dieci anni di stupri, dall’urgenza di spiegare ciò che era accaduto alla famiglia alla forza con la quale ha affrontato il processo sotto gli occhi del mondo. «Mi sono opposta quando mi hanno detto della possibilità di tenere il processo a porte chiuse — ha spiegato —. Non è stato facile. La vittima di abusi sessuali perde ogni forma di dignità ed è attraversata dal dubbio. Ci ho messo dei mesi a decidere ma non rimpiango nulla: se non l’avessi fatto sarei rimasta imprigionata con quei 51 imputati. In aula, per me, erano 51 boia. Nessuno avrebbe saputo come erano andate le cose, che erano loro a dover provare vergogna e non io. Ho preso questa decisione per me e per quelle donne che non osano denunciare. L’ho fatto per la collettività. La cosa più difficile è stata guardare quei filmati. Erano immagini intollerabili, ma quella donna non ero io».

Non era Gisèle Pelicot, che ha dovuto sopportare anche le insinuazioni di complicità da parte della difesa degli imputati. Durante il processo, si è sentita dire che quegli uomini non volevano stuprare, che lo stupro era altro, che c’era stato il consenso del marito. «Dissi che avevo l’impressione di avere davanti 51 vittime. Dopo la chiusura del processo, ho incontrato un ragazzo. Mi ha detto che si vergognava di essere uomo. Ma io non voglio questo, anzi, il mio libro desidera mandare un messaggio opposto. Non bisogna contrapporre uomini e donne: serve armonia reciproca, serve educazione. Io sono tornata ad amare e questa è una grande forza». A fine incontro, il pubblico saluta Gisèle Pelicot così come le aveva dato il benvenuto. Pelicot ringrazia e infine dice: «È stata liberata la parola femminile. E questo voglio davvero dire: non dubitate mai».

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19 marzo 2026

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