L'autocrate non è invincibile
Corriere della Sera - Cultura

L'autocrate non è invincibile

Mercoledì 18 marzo 2026
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Nel mondo senza regole che vogliono Trump, Putin e Xi si notano crepe che consentono un po’ di ottimismo

Guerra in Iran, le ultime notizie in diretta 

L'autocrate non è invincibile

Walter Veltroni | 18 marzo 2026

Nel mondo senza regole che vogliono Trump, Putin e Xi si notano crepe che consentono un po’ di ottimismo

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«I russi, i russi, gli americani…».
Con «Cuba ci faccio quello che voglio» dice il presidente degli Stati Uniti. «Useremo armi mai viste prima con chi si intrometterà nella nostra operazione in Ucraina» dice il presidente della Russia Vladimir Putin.
Eccolo qui, il nuovo mondo che sta emergendo nelle «notti di fuoco» che si vivono a Kiev e in tanta parte del vessato Medio Oriente.
Un mondo senza più regole, in cui la potenza militare concede carta bianca a una nuova tipologia di leader, in cui nessuno può più dirsi sicuro se basta persino semplicemente non aver sostenuto la candidatura di Trump come Premio Nobel — ma hanno istituito quello per la guerra? — per subire la minaccia di invasione, come è accaduto al pacifico premier norvegese riguardo alla ancora più pacifica Groenlandia.

Ma non c’è niente più da ridere. Lo faranno, speriamo, i posteri osservando la sequenza di eventi grotteschi, ridicoli, bambineschi che i contemporanei sono costretti a seguire con uno stupore narcotizzato dal venticello seducente che trasporta, attraverso i telefoni, il virus della semplificazione assoluta, della radicalizzazione estrema, dell’incertezza tra realtà e finzione. Noi coevi sentiamo proclami sulla necessità di annientare, di fare pulizie etniche, di deucrainizzare per deuropeizzare, ascoltiamo premier inseguiti dalla giustizia dire con fierezza che il loro proposito è «spezzare le ossa» dei nemici. Obiettivo raggiunto, almeno questo, solo questo, se in Iran, invece di liberarsi di un sistema dittatoriale e repressivo, sono morte sotto i bombardamenti migliaia di persone e più di duecento bambini.

Fermiamoci per un attimo, in «questa notte di fuoco», su di loro. Erano bambini, non dirigenti del regime. Non avevano colpe, se non quella di vivere. E in questo tempo di impenitente mendacio — Nixon pagò per molto meno — sull’Air Force One il presidente Trump ha potuto affermare, con quell’aria da personaggio di Mel Brooks, che il bombardamento della scuola di Minab, in cui sono morte 168 bambine, è stata certamente responsabilità degli iraniani. Mentre fin dalle prime ore è emerso, con tutta chiarezza, che invece a colpire quel luogo di studio è stato un missile americano. Non so come la violazione dei principali comandamenti sia compatibile con la grottesca preghiera, un atto blasfemo, compiuta nello studio Ovale con le braccia dei presenti appoggiate sulle tornite spalle del presidente americano.
Nel mondo senza più regole tutto è concesso. Compresa la nuova santa alleanza, in nome della guerra e delle mani libere, tra i contendenti storici della Guerra fredda. Quella corsia rossa stesa dagli americani per accogliere Putin, responsabile dell’invasione di uno stato sovrano — una «operazione speciale» che è costata centinaia di migliaia di morti e milioni di feriti — l’annuncio della rimozione delle sanzioni da parte americana per riprendere la negoziazione del petrolio russo, la bullizzazione di Zelensky nello studio ovale e la farsa della promessa elettorale: «In 24 ore farò fare la pace», raccontano di un nuovo asse tra Mosca e Washington, edificato su chissà quali mattoni. «Qui tutto il mondo sembra fatto di vetro / E sta cadendo a pezzi come un vecchio presepio».

In comune certamente Putin e Trump hanno l’odio per l’Europa, in fondo anche per la Nato, per il multilateralismo, per le istituzioni sovranazionali, il sostegno esplicito alla internazionale populista, il fastidio per chi non batte le mani e china la testa, l’avversione per la libera informazione e per i diritti civili.
Per ora la Cina non ha dato corso ai suoi propositi su Taiwan. Ma se la nuova regola della coesistenza internazionale è la forza e l’assenza di regole, perché si dovrebbe domani sentire limitata nei suoi propositi espansionistici?
Guardiamo la realtà in faccia, senza infingimenti. Un mondo in balia di Paesi autocratici muniti di potenti arsenali nucleari, in condizione, per un patto non dichiarato, di ridefinire militarmente le aree di influenza con il proposito di insediare con la forza, dove ritengono, governi fantoccio disciplinati, è un mondo che rischia di precipitare nell’abisso di un Armageddon, d’altra parte auspicato senza nasconderlo da molti nuovi ideologi dell’Apocalisse rigeneratrice.

Ma sono molteplici i granelli di sabbia negli ingranaggi di questo disegno. In primo luogo «We, the people», le opinioni pubbliche che, come dimostrano i massicci spostamenti del consenso negli Usa, iniziano ad avvertire tutti i rischi di azioni deprivate di strategie. E poi la tanto bistrattata Europa che, pur con tutte le sue divisioni e fragilità, sta fin qui dimostrando una capacità di tenuta e di autonomia che, non per caso, ne fa il bersaglio, «i russi, i russi, gli americani», del nuovo linguaggio della politica moderna, la minaccia di dazi, bombe o destabilizzazioni. Il governo italiano, su Hormuz, ha preso una posizione netta, figlia anche, c’è da sperare, della volontà di recuperare autonomia da Trump e di continuare il sostegno all’Ucraina.
Infine l’emergere dell’idea, propugnata dal premier canadese, di una convergenza delle medie potenze per bilanciare il nuovo disordine mondiale. Segni, ma importanti.
È lecito, forse obbligatorio, avere proprio lo stesso ottimismo di Lucio Dalla nel finale di Futura: «Aspettiamo che ritorni la luce / Di sentire una voce / Aspettiamo, senza avere paura, domani».

18 marzo 2026

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