Diplomazia europea per il pantano Iran
L’Italia deve fare la sua parte per far sedere al tavolo delle trattative Usa, Israele e Teheran
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Diplomazia europea per il pantano Iran
Giorgio Starace * | 18 marzo 2026L’Italia deve fare la sua parte per far sedere al tavolo delle trattative Usa, Israele e Teheran
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Caro direttore,
in questi giorni l’«operazione speciale di Trum» in Iran sembra debordare dalle previsioni fatte dal Presidente americano nei suoi numerosi annunci iniziali. Doveva essere un’iniziativa diretta a smantellare l’apparato militare e l’industria della difesa del Paese. Un’iniziativa che avrebbe richiesto un grande sforzo della marina e dell’aviazione degli Usa, coadiuvate dagli alleati israeliani e per un periodo di tempo limitato. Trump ha infatti parlato in diverse occasioni di quattro settimane o poco più.
Ma un’ambiguità di fondo è sempre stata presente con riguardo agli obiettivi precisi dell’intera operazione. Netanyahu punta alla destabilizzazione dell’Iran oltre che all’annullamento dell’arsenale militare. Per Israele è vitale che il regime che ha inserito nella Costituzione l’annientamento dello Stato di Israele crolli e possibilmente che l’Iran entri in uno stadio di debolezza strutturale e di frammentazione (non dimentichiamo che questo grande Paese è abitato da popoli e comunità linguisticamente e culturalmente diversi tra loro).
Per Trump il regime-change non è mai stato una priorità. Questa amministrazione, già nel caso del Venezuela, ha dimostrato di puntare pragmaticamente sul «regime adaptation» che consiste nell’eliminare il leader e la cerchia dei collaboratori più stretti, ricercando poi interlocutori attenti agli interessi politici ed economici di Washington all’interno degli stessi regimi. Una chiara virata rispetto alla visione ammantata di principi etico-ideologici delle amministrazioni guidate dal Partito Democratico.
In questo contesto è sempre la strategia economica a unirsi a quella politica ed è proprio qui la divaricazione degli obiettivi in nuce tra Usa e Israele. Tel Aviv parte da priorità di natura tattica di medio periodo legate alla sicurezza di Israele e alla sua crescita come potenza regionale. Washington gioca una partita globale con particolare attenzione alla Cina, individuato come rivale sistemico degli Usa, che deve essere contenuta politicamente e possibilmente indebolita economicamente.
Questa crisi è stata quindi fortemente voluta da Israele ed è parte della strategia perseguita in maniera molto professionale dalle Forze armate americane e molto confusa da parte di Trump e il suo stretto entourage. Lo stretto di Hormuz diventa il nodo di tutta la questione. Il possibile invio di marines americani sull’isola di Kharg, il principale terminale petrolifero dell’Iran, dimostra l’intenzione di Trump di seguire la strategia di controllo delle rotte petrolifere. In questo decennio gli Usa sono diventati il primo produttore di petrolio nel mondo. Potenziale militare e leva energetica sono elementi di una strategia diretta a mantenere il predominio degli Stati Uniti, anche al prezzo di danneggiare le economie di altri Paesi che fino a ieri venivano considerati partner privilegiati di Washington. Trump, con disarmante franchezza, ha dichiarato che l’aumento dei prezzi del petrolio è un’opportunità di guadagno per l’economia americana. Ha poi dovuto sbloccare a tempo determinato le sanzioni nei confronti del petrolio russo destinato all’India, sotto la spinta del Segretario al Tesoro Scott Bensen che ha visto un aumento dei prezzi record del greggio americano con un rialzo del 35% in una settimana, con effetti inflazionistici certi sull’economia americana. Un piacere a Modi ma anche a Putin che è a corto di risorse per la sua guerra.
Ma noi pensiamo all’Italia. Da Hormuz non transitano significative quantità di greggio e gas destinate al nostro Paese. Questa crisi però ha provocato una prevedibile impennata dei prezzi del petrolio a barile sul mercato internazionale e l’Italia, come diversi Paesi europei, sconterà necessariamente un aumento nelle bollette energetiche e anche una crescente inflazione se la crisi si allarga o comunque non accenna a concludersi.
Il problema è però più globale e sicuramente non si limita alla bolletta energetica che comunque metterà in ulteriore difficoltà il nostro sistema produttivo. Stati Uniti, Germania, Francia e Regno Unito sono i primi mercati di sbocco del made in Italy. In tutti questi Paesi assistiamo a una crisi congiunturale ma in particolare i nostri partner europei attraversano un fase di difficoltà politica ed economica. Le nostre piccole e medie imprese, dando prova della proverbiale flessibilità, hanno scommesso in questi anni sulla diversificazione delle rotte dell’export dedicandosi anche ai Paesi del Golfo con risultati degni di nota. Questa crisi può creare problemi alle nostre imprese anche in quell’area.
Mentre una flotta europea guidata dalla portaerei francese Charles De Gaulle e integrata anche dalla fregata italiana Federico Martinengo incrocia nel Mediterraneo orientale, il Presidente francese Macron ha lanciato Parigi come sede di un possibile negoziato per porre fine a quest’ennesimo conflitto che si può allargare pericolosamente. Questo è il ruolo che devono svolgere i principali governi europei. Il Presidente del Consiglio Meloni ha giustamente chiarito, oltre al Cancelliere tedesco Mertz , la non adesione alle operazioni militari in corso nello stretto di Hormuz ma il nostro Governo ora non può tirarsi indietro da tutte le iniziative diplomatiche che le principali capitali europee, per una volta coordinate e coese, dovranno intraprendere per portare americani, israeliani ed il regime di Teheran al tavolo della trattativa. Ma serve unità. Quando la stagione referendaria si sarà esaurita con la vittoria dell’una o dell’altra parte, forse le principali componenti politiche del nostro Paese troveranno un’ unità di intenti sui principali indirizzi della nostra politica estera, rispondendo anche ai ripetuti appelli formulati dal Presidente Mattarella per la coesione del Paese di fronte a sfide sempre più complesse e purtroppo non lontane dai nostri interessi strategici.
Con tutto il rispetto dovuto all’importanza di battaglie referendarie che in questo Paese sembrano anticipare sempre l’Armageddon nel caso vinca l’una o l’altra parte in competizione, mi pare che viviamo in un’epoca in cui le forze politiche non possano più permettersi il lusso di dividersi sulle questioni concernenti il futuro dell’Italia e la sicurezza dei cittadini. Bisogna ritrovare posizioni comuni sulle principali linee della politica estera, secondo la tradizione della nostra diplomazia perché non siamo impermeabili alle crisi internazionali.
* ex Ambasciatore d’Italia negli Emirati Arabi Uniti, in Giappone e nella Federazione Russa
18 marzo 2026
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