Bergamo Jazz, Joe Lovano: «Sul palco di Bergamo porto giovani che lasciano il segno»
Corriere della Sera - Cultura

Bergamo Jazz, Joe Lovano: «Sul palco di Bergamo porto giovani che lasciano il segno»

Martedì 17 marzo 2026
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Il direttore artistico della rassegna sarà al Donizetti con il concerto che celebra Miles Davis e John Coltrane a 100 anni dalla loro nascita

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Bergamo Jazz, Joe Lovano: «Sul palco di Bergamo porto giovani che lasciano il segno»

di Camilla Bianchi

Il direttore artistico della rassegna sarà al Donizetti con il concerto che celebra Miles Davis e John Coltrane a 100 anni dalla loro nascita

Joe Lovano, direttore artistico di Bergamo Jazz

Mi spiace, non parlo italiano nonostante le mie origini siciliane. Dovremo fare l’intervista in inglese», si scusa Joe Lovano in videocollegamento da New York, cappellino verde menta, occhialetti tondi e una gran voglia di parlare di musica e della prossima edizione di Bergamo Jazz, di cui è direttore artistico. Il pluripremiato sassofonista americano ha messo insieme un gruppo di artisti di tutto rispetto per celebrare, al Teatro Donizetti e dintorni, i cent’anni di Miles Davis e John Coltrane.
Che peso hanno avuto nella storia del jazz questi due musicisti?
«Ogni generazione ha prodotto leader che sono stati punti di riferimento per altri musicisti. Da Louis Armstrong e Duke Ellington a Thelonius Monk, Charlie Parker, Dizzie Gillespie, John Coltrane e Miles Davis, musicisti magistrali che hanno suonato con amore e passione. Noi tutti consideriamo con grande attenzione lo sviluppo della loro musica e il modo in cui si sono espressi con i loro strumenti. Ognuno di loro ha dato un contributo fondamentale alla musica jazz e alla sua evoluzione».
E nella sua personale formazione?
«Mio padre, Tony Lovano, è cresciuto ascoltando Miles Davis, Charlie Parker, John Coltrane e il suo quartetto. Aveva una grande collezione di dischi e io, come lui, sono cresciuto ascoltandoli. Davis e Coltrane sono stati figure chiave di quella discografia, che mi ha molto influenzato. Non ho mai sentito Coltrane suonare dal vivo, avevo solo 14 anni quando è morto, nel 1967, ma ho visto Miles Davis un certo numero di volte, a iniziare dal 1971, e ho amici che hanno suonato con lui. Ho collaborato con musicisti che hanno suonato con Coltrane, come Elvin Jones, McCoy Tyner ed Hank Jones. Ho sempre sentito una forte connessione con lo spirito della loro musica e con la loro energia».
La prossima edizione di Bergamo Jazz prevede grandi ritorni, Steve Coleman su tutti, ma anche novità, come le tante presenze femminili.
«Sono molto felice di portare sul palco di Bergamo Jazz giovani musicisti che rappresentano un esempio da seguire per le nuove generazioni di jazzisti. La sassofonista Melissa Aldana è una mia ex studentessa, ha un meraviglioso sound, un approccio molto personale e suonerà con un quartetto. E vedremo anche Lakecia Benjamin, un’altra sassofonista che sta avendo grande successo per il suo stile accattivante sulla scena».
Sembra molto orgoglioso di questo programma.
«Lo sono. Mi dicono che stiamo andando verso il sold out. Ed è giusto che sia così, abbiamo una squadra di artisti che ci farà vivere momenti molto significativi. Ho chiamato ad esibirsi musicisti che conosco bene, con buona parte di loro ho solide relazioni artistiche. Dave Holland, per esempio. Il solo, degli artisti invitati, che ha suonato con Miles Davis e che ha inciso con lui. Abbiamo una relazione musicale profonda, è stato importante nella mia crescita artistica e con lui mi sono esibito anche in Italia. Sono onorato che abbia accettato il mio invito a suonare a Bergamo, come lo sono per la presenza di Steve Coleman, un jazzista con una personalità da leader, che negli anni è diventato una delle figure più carismatiche della scena internazionale».
Porterete il jazz anche fuori dai teatri. Con quale obiettivo?
«Portare la musica alla comunità, essere parte della comunità. Il jazz rappresenta le radici della musica, viene dalla gente, nell’arena culturale di ogni città ha le sue peculiari radici. Così avviene a Cleveland, da dove vengo io, a Detroit, Chicago, Philadelphia, Pittsburgh, a Saint Louis, da dove viene Miles Davis, e a Kansas City, la città di Charlie Parker; per ogni festival è importante avere una presenza nelle strade. La musica ha un approccio molto democratico attraverso la condivisione degli spazi, questo è uno dei grandi doni della musica».
Lei è un italo-americano di seconda generazione. Come descriverebbe il suo lato italiano?
«Vengo da una famiglia della provincia siciliana, entrambi i miei genitori avevano origini messinesi. Sono cresciuto circondato dall’amore. Il calore, gli abbracci e la passione per la musica erano di casa. È stato un grande insegnamento. Sono stato fortunato, ho vissuto una condizione di privilegio da questo punto di vista. Quello che ho imparato crescendo nella mia famiglia l’ho poi trasmesso nella mia musica».
La musica è veicolo di fratellanza, di speranza, di pace. Uno spiraglio di luce nel momento difficile che stiamo vivendo.
«Celebrare John Coltrane e Miles Davis - che hanno vissuto in tempi difficili, negli Stati Uniti degli anni Sessanta, quando la gente lottava per i diritti civili - significa ricordare che la loro musica ha celebrato l’amore e la pace. “A Love Supreme” è il titolo di un meraviglioso componimento di Coltrane. E anche nel lavoro di Miles Davis c’era la voglia di spingere la gente a stare insieme, a vivere momenti di gioia e di spensieratezza nell’abbraccio della musica, a dispetto delle circostanze spesso dure della vita. Oggi, in tempi così accidentati, riflettere sull’amore, sulla pace e unire le persone è importante. Cercherò di esprimere questi sentimenti nel mio concerto al Teatro Donizetti. Cercheremo di creare un’atmosfera di pace e bellezza in omaggio a due grandi musicisti».

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