Alessandro Tortato: «Fenice e nomina di Beatrice Venezi, dal governo banalizzazione della musica colta»
Lo sfogo del'ex consigliere del teatro dopo le dimissioni: «Ora vediamo cosa farà lei: se si tira indietro o va avanti»
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Alessandro Tortato: «Fenice e nomina di Beatrice Venezi, dal governo banalizzazione della musica colta»
di Alessandro Tortato (ex membro del Consiglio d’indirizzo della Fenice, musicista e storico)Lo sfogo del'ex consigliere del teatro dopo le dimissioni: «Ora vediamo cosa farà lei: se si tira indietro o va avanti»
Nella storia dell’opera lirica la follia è diventata nel corso dei secoli un vero e proprio archetipo melodrammatico per cui, attraverso la pazzia improvvisa di un protagonista, si dava occasione al cantante che lo interpretava di cimentarsi nei più arditi virtuosismi vocali. La celebre «scena della pazzia» in Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti è forse l’esempio più noto. Angelo Foletto, illustre musicologo recentemente scomparso, scriveva, ragionando sul tema, che in origine «lo scopo della “pazzia” in fondo era etico: portava al ravvedimento cioè alla ripresa di controllo del proprio senno una volta ottenuto l’effetto voluto».
Nulla di tutto ciò pare accadere a Venezia, attorno al Teatro La Fenice, dove la «ripresa del senno» resta ancora un miraggio. Nel post che è seguito alla mia lettera di dimissioni dall’incarico di consigliere d’indirizzo del Teatro, ho ripercorso da un punto di vista meramente cronologico i fatti di cui sono stato testimone. Ora vorrei ragionare proprio attorno ad alcuni elementi di vera o apparente irrazionalità che hanno caratterizzato l’intera vicenda, consapevole che in un mondo impazzito è facile confondere vero e falso, normale e anormale.
Può essere normale, ad esempio, che un sovrintendente vada in Commissione Senato a perorare la salvaguardia delle proprie prerogative fondamentali, come la nomina di collaboratori e consulenti, auspicando che il Consiglio d’Indirizzo mantenga solo funzioni di alta sorveglianza, e poi coinvolga per ben due volte lo stesso organo, che non ne ha competenza, nella nomina di un direttore musicale? Ed è normale che il direttore musicale nominato, in carica dal prossimo ottobre, riesca in due dichiarazioni pubbliche e un abbraccio a inimicarsi in un colpo solo tutto ciò che fa di un teatro un teatro, ovvero governance, maestranze e pubblico? Sarebbe come se un giornalista designato direttore di un quotidiano, dichiarasse che il giornale che andrà a dirigere è amministrato in modo anarchico dal «suo» editore, abbracciasse pubblicamente chi ha definito i «suoi» giornalisti «pippe» e indicasse i «suoi» lettori come quattro ottantenni ipovedenti.
Follia? Non credo. Beatrice Venezi, su cui continuerò a non esprimermi pubblicamente dal punto di vista artistico per rispetto della funzione che ho avuto sino a qualche giorno fa, non è una sprovveduta. Exit strategy? Forse, lo vedremo, perché questa vicenda può finire in due modi: o Beatrice Venezi alla fine rinuncerà all’incarico veneziano per non trovarsi costretta a salire su un podio circondato da ostilità (ipotesi più probabile) o affronterà la sfida. E anche in questo caso si aprono due strade. La prima vede il direttore portare con sé una serie di concerti, tournée, contratti talmente allettanti dal punto di vista economico per le maestranze da far loro cessare la protesta sindacale. La seconda, disastrosa, a cui non voglio nemmeno pensare, consiste in una vera e propria decimazione di coro e orchestra con licenziamenti, anche volontari, precettazioni e non so che altro.
Ma veniamo alla tanto contestata nomina – formalmente legittima, lo ripeto – di Beatrice Venezi a direttore musicale del Teatro La Fenice di Venezia e sulle eventuali implicazioni politiche del caso. Ora pongo una semplice, banale domanda: sarà il Teatro La Fenice ad acquisire prestigio nell’accogliere Beatrice Venezi come direttore musicale o viceversa? Abbiamo un precedente, dobbiamo essere sinceri: dopo Eliahu Inbal, Isaac Karabtchevsky e Marcello Viotti, ci ha guadagnato Diego Matheuz ad essere direttore principale della Fenice o il contrario? E tornando a Venezi, chi l’ha difesa ha sempre evocato un possibile «rilancio» del Teatro.
Rilancio? La Fenice, oltre ad essere una delle istituzioni culturali più importanti del nostro Paese, è una vera e propria azienda che, peraltro, va benissimo. Grazie a un’oculata gestione amministrativa per ogni euro investito in Teatro se ne ricavano tre, gli sponsor fanno la fila per esserci, il pubblico anche. Lo scorso anno più di 230.000 persone hanno pagato un biglietto solo per visitarlo, portandolo al terzo posto tra i musei più visitati di Venezia.
In un contesto del genere – parlo ora da musicista – dopo anni di «cura» Chung che ci hanno consegnato un’orchestra e un coro veramente di alto livello, non si sarebbe potuto tentare un’operazione simile a quella che ha unito Zubin Mehta a Firenze, ovvero chiamare uno dei più grandi direttori d’orchestra al mondo e legarlo per un periodo della sua vita a Venezia?
Mi si dirà: «E i soldi?». Risposta: esiste un artista per cui il fascino di Venezia non abbia anche un potere contrattuale? Infine, questa volta da moderato, da liberale (anche se sui social dalla settimana scorsa mi hanno iscritto alla Cgil…): ma possibile che sia proprio il governo di centrodestra a proporre in un Paese musicalmente disastrato come l’Italia la banalizzazione della musica colta (opere accorciate, spettacoli improbabili…) per aumentare i fruitori invece di educare i propri cittadini all’amore verso quest’arte? «Follie! Follie!» continua a cantare Violetta…
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17 marzo 2026
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