«Mi dimenticherai quando sarai a Biella?»: le lettere struggenti di Ottavia, la sposa del Seicento abbandonata dal marito
Strappata al convento e data in sposa a un vedovo molto più grande, la giovane contessa Ottavia Leonora affida alle lettere al marito lontano i suoi desideri, la solitudine e il timore di essere dimenticata
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«Mi dimenticherai quando sarai a Biella?»: le lettere struggenti di Ottavia, la sposa del Seicento abbandonata dal marito
di Carla Piro ManderStrappata al convento e data in sposa a un vedovo molto più grande, la giovane contessa Ottavia Leonora affida alle lettere al marito lontano i suoi desideri, la solitudine e il timore di essere dimenticata
«Per le donne — scrive la storica Gabriella Zarri — il gesto dello scrivere è un gesto prezioso, raro, pericoloso, che minaccia di sovvertire gerarchie e ordini tradizionali e che a lungo circoscrive il rapporto delle donne con la scrittura nell’ambito di una comunicazione funzionale alle esigenze del governo domestico». Tanto più prezioso e raro dunque se a scrivere è una donna del Seicento, nobile, giovanissima, strappata al monastero di Santa Monica di Villafranca Piemonte dove ha trascorso i suoi primi anni adolescenti e ricevuto la sua educazione.
Ottavia Leonora arriva a Biella da Moretta, non lontano da Saluzzo e sede del suo casato per sposare Sebastiano Ferrero, vedovo della prima moglie Caterina Masserano e desideroso di un erede maschio, oltre che di una cospicua dote da assegnare alla figlia Margherita. Riporta il notaio Pietro Vercellano in un atto del 10 giugno 1622: «Di più s’avertirà che il contratto del matrimonio del signor Conte Carlo Ubertino di Moretta, con la signora Contessa Margheritta fu stipulato prima dell’altro fatto per le seconde nozze del signor Conte D. Sebastiano con la signora Contessa Ottavia poiché il contratto delle seconde dice le formali parolle: Illustrissimo sig. Conte Emanuel in consideratione del matrimonio stabilitto tra il Conte Carlo Ubertino suo figliolo e la Contessa Margharitta figliola del detto Conte Sebastiano Ferrero, ha costituito per dote alla sig. Contessa Ottavia sua figliola futura sposa del suddetto Conte D. Sebastiano Ferrero scudi 8000 da pagarsi in tanti beni, stabili che esso sig. Conte D. Sebastiano Ferrero ha datto et rimesso in dote alla sig. Margharitta sua figliola». In altre parole — spiega bene Irene Fulcheri — Ottavia rinuncia «in amplia forma» non solo agli 8000 scudi di dote, ma anche agli altri beni materni, paterni, fratelli e sorellizzi «et ad ogni altra ragione che in qual si voglia modo le potesse spettare sia al presente che all’avenire».
Privata dei propri beni ma piena di speranza sul proprio futuro Ottavia mette la sua vita di sposa nelle mani di Sebastiano e lascia il convento. È del novembre 1620 la lettera con cui Suor Clara le scrive il proprio saluto: «Altresì il pensare che quanto più la mi si scostarà col corpo tanto più la ho vicina et congiunta al cuore, e di ciò la prego esserne sicura». È cominciata una nuova vita, e dalle lettere di Ottavia «traspare la volontà di essere una buona moglie per Sebastiano, a cui dichiara spesso il suo affetto e il suo amore» sebbene lui «non sia quasi mai praticamente al suo fianco. Quando lei è a Biella, lui si trova a Torino, quando lui è a Biella, è la volta di Ottavia a rimanere nella capitale sabauda, in qualità di dama di palazzo di madama Reale Cristina di Francia» (Gentildonne del Seicento).
Lentamente il tono delle lettere cambia, diventando da cortese e pudico, rivendicativo e risoluto. L’8 novembre 1620: «Inanzi la sua partenza prego VS a voler dar ordine di far mi far un vestito negro, che sarà un robone, et una sotana, per portar ordinariamente perché le mie vesti non son da portar l’inverno, gli pendini, colana, e cinta, credo che VS havera gia provisto, circa il rivedersi sarà senza altro quando piacerà al Sig.re, et à VS anchora; le nuove che mi cerca io non so di potergliene dare ne parmi che si dovesse far mentione sopra un sogno che si sa che sono sempre falsi, pero, per adesso non pensi più sopra quello, li racordo che come sia a Biella non si racordi più di me, ne che venghi mai piu a veder se son viva o morta perché quello è l’ordinario di maritti, se ben parmi che la sua bonta non gli lasiera far questo».
La richiesta di un vestito per l’inverno, l’aspettativa di rivedersi, la certezza che questo avverrà solo «quando piacerà alla Signoria Vostra», il risentimento di una moglie della quale il marito non si preoccupa se sia viva o morta, come spesso succede. E in effetti i due non si rivedono tanto presto, se qualche giorno dopo Ottavia scrive: «Dieci giorni sono statta a ricever la risposta di VS, del che ne ho sentito gran fastidio si della tardanza di sentir qualche sua nuova come del dubio che fosse infermo, ma hora lodatto sia Dio che so che sta bene, cossi piacia a esso Sig. di conservarlo e aiutarlo ne suoi fastidi che per me ne sento quella parte che per l’affetto et amor che sa che le porto. Ieri fui tutto il giorno nel monastero onde se VS tardera troppo a venire potrebe esser che mi troverebe del tutto monacha».
Tornate, Sebastiano, o finirò per farmi monaca davvero. E poi il dubbio che lui non l’ami più, che si fa strada e passa ancora attraverso una lettera, del 15 gennaio 1621. «Ne vorei più si longha lontananza perché fa a VS credo effetto contrario che non alli altri, perche si smentigha à fatto di me, cossa che non avviene à me, che ogni giorno mi crese il dessiderio di goder là sua compagnia et mi rincresse solo l’esser sicura di esser mal contracambiata e gli effetti son quelli che ciò fan dire et più mi rincreseria se non che con quel pocho di giudicio che ho fin che sia pochisimo, conoscho che i miei pochissimi meriti son chausa di cio, ne per questa causa volio lasiar di sperar nella sua cortesia e di suplicarlo di tenermi nella sua bona gratia che tanto più si manifestera la grandessa di quella quanto più il mondo me ne conosce indegna».
Si accorge che qualcosa non va tra i due persino la madre di lei, Paola Provana, che il 6 maggio 1621 le scrive se per caso il suo «umor melancolico», del quale troppo si vocifera, non sia per caso dovuto a una gravidanza. E come potrebbe essere? Risponde lei che a maggio, delusa, decide di smettere di scrivere a Sebastiano. «Io mi son risolta di provar in ogni maniera di qual sorte sia l’amor di VS et mi son imaginata alla prima di non più scriver masime havendo havuta una sua qual non so se scrita per burlar come sia perché si fossi l’anima sua non starebe cossi longamente lontano da me». E così farà. «Non solo VS mi ha mancato di parola di venir a far le Sante Feste del Natale, ma vi è di peggio che aspetavo giorno per giorno l’aviso del suo arivo, e questa sera ricevo una sua che non ne parla più della prima che mi scrise io non so che cosa pensi, è certo che non mi lascerò piu inganare». (Biella, 18 dicembre 1631).
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