Olimpiadi e Paralimpiadi, si spengono i riflettori e scorrono i titoli di coda: le immagini che restano dei Giochi a Cortina
Corriere della Sera - Cultura

Olimpiadi e Paralimpiadi, si spengono i riflettori e scorrono i titoli di coda: le immagini che restano dei Giochi a Cortina

Lunedì 16 marzo 2026
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Alla fine dell'evento la città si svuota e ritorna alla quotidianità: un bilancio del clima magico di questi due mesi

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Olimpiadi e Paralimpiadi, si spengono i riflettori e scorrono i titoli di coda: le immagini che restano dei Giochi a Cortina

di Francesco Chiamulera

Alla fine dell'evento la città si svuota e ritorna alla quotidianità: un bilancio del clima magico di questi due mesi

Ora che è finito davvero tutto, Olimpiadi e Paralimpiadi, e che Cortina si svuota sul serio e sulla Alemagna si vede il flusso regolare dei mezzi di MilanoCortina che scendono a valle, c’è qualche immagine da inserire nei nostri titoli di coda ideali di questi Giochi, se non altro per una questione di gratitudine. Cominciamo dai volontari. L’oleografia li vorrebbe ventenni, alle prime armi, entusiasti e confusionari, magari un po’ perditempo come siamo quasi tutti a quell’età. Oppure nonnetti arzilli, ultrapensionati, dunque con ampia disponibilità di tempo libero. E invece non era infrequente incontrare, durante le competizioni, il navettista trentottenne che di professione fa il commercialista a Castelfranco, o il geometra a Villorba, perfino il manager cinquantenne di Luxottica. E che si sono presi due o tre settimane per venire a lavorare, ovviamente gratis. Perché? «Perché è troppo bello, volevo esserci». Rinunciare a un reddito, rispondere tardi alle mail e alle chiamate di lavoro, perché si sta in Tofana ad aiutare. Vedi che il ventre del Veneto, spesso rappresentato solo nei termini pur letterariamente evocativi dell’ipocrisia gretta e guardinga dei “paron”, dei capannoni e dei cartongessi, è invece pieno, strapieno, di brave persone.

Successo della viabilità

Nei titoli di coda mettiamo anche l’eccellente tenuta che ha avuto la viabilità. E questo al netto dei bypass che ancora devono essere ultimati, come quello di San Vito, o addirittura messi in cantiere, come quello, che sempre più appare come necessario, della stessa Cortina (è una follia che i tir possano continuare a transitare davanti alle porte di casa in una delle località più belle e fragili al mondo). E invece il traffico, perfino nei giorni di punta di febbraio, è stato contenuto nella normalità. I dati parlano chiaro: le presenze durante le Olimpiadi si sono attestate secondo le prime stime tra le 20 e le 30mila di picco, quando a Capodanno e a Ferragosto solitamente la Regina sfora i 50.000. Gli esercenti locali, unanimi, già rimpiangono il turista-tipo di queste Olimpiadi, il norvegese o danese o olandese garbato, sostenibile, quasi invisibile, rispetto ai parvenu iperesigenti della Roma bene o Padova bene in cerca di visibilità che di solito calcano la scena. Però su questo non dobbiamo essere troppo populisti, le mete turistiche sono di tutti, e il reddito delle Dolomiti si fonda anche e soprattutto sulla seconda categoria.

La malinconia delle luci che si spengono

Diciamo che però da questi Giochi può cominciare, o proseguire, una sorta di «rientro dolce» come l’avrebbero chiamato i Radicali, ovvero di transizione soft verso un «nuovo» turismo che da tanti anni desideravamo e che forse abbiamo iniziato ad assaporare anche grazie alle competizioni. Ieri le luci dello Stadio del Ghiaccio si spegnevano e c’era molta malinconia. E niente, nemmeno il presidente del comitato paralimpico Andrew Parsons che leggeva il suo discorsetto irenista sul teleprompter circondato dalle bandiere russe, mentre poche ore prima in conferenza stampa aveva avuto la notevole faccia tosta di rimproverare gli ucraini (gli ucraini!) per avere a suo giudizio «politicizzato» troppo i giochi, così ricordandoci quell’abitudine della morale umana che è il biasimare le vittime, nemmeno lui, dicevamo, ha potuto togliere un grammo della magia sognante di questi due mesi di Cortina 2026. Magia irripetibile. Almeno l’abbiamo vissuta.

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