La memoria nelle scarpe
Corriere della Sera - Cultura

La memoria nelle scarpe

Lunedì 16 marzo 2026
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Da oltre quindici anni l'artista brasiliano Paulo Nazareth si muove tra le Americhe e l’Africa, camminando spesso a piedi nudi, talvolta indossando le sue Havaianas consumate, per calpestare gli stessi suoli e rendere omaggio ai propri antenati, schiavi privati delle calzature. Quelle stesse infradito che ora espone fino al 22 novembre a Punta della Dogana (Venezia)

MARTEDì 17 MARZO 2026

La memoria nelle scarpe

Da oltre quindici anni l'artista brasiliano Paulo Nazareth si muove tra le Americhe e l’Africa, camminando spesso a piedi nudi, talvolta indossando le sue Havaianas consumate, per calpestare gli stessi suoli e rendere omaggio ai propri antenati, schiavi privati delle calzature. Quelle stesse infradito che ora espone fino al 22 novembre a Punta della Dogana (Venezia)

di STEFANO BUCCI

«Io porto con me alcune storie, un po' di polvere e l'Africa, sia in me che nel mio lavoro - racconta Paulo Nazareth a "la Lettura" -. Non la laverò via, perché per me questa è la terra, e la terra non è sporcizia.Vedo questi segni allo stesso modo in cui vedo il lavoro dell'incisione e della scultura: il tempo e la terra che scolpiscono il corpo stesso. Puoi dire come qualcuno ha camminato dalle suole delle sue scarpe, dove ha premuto di più. Cadernos de África, il mio viaggio in corso attraverso il continente africano iniziato nel 2012, è questo pensiero: comprendere il mondo da qui, dal nostro ombelico. È bene parlare dall'ombelico. È ciò che ti ha fatto».

Le sue Havaianas consumate tracciano i ricordi e le tracce di un cammino che attraversa confini e identità, diventando testimoni di un’esperienza di migrazioneche si rivela tanto concreta quanto immaginata. Sono simboli di un viaggio che si svolge tra terre, culture e storie, un ponte tra passato e presente, tra oppressione e resistenza.

A Punta della Dogana, Paulo Nazareth presenta con le sue infradito consumate un invito aperto ai visitatori: seguirlo in un percorso che non è solo fisico ma anche simbolico,un viaggio dentro le pieghe dell’anima e della memoria. Da oltre quindici anni, Nazareth si muove metodicamente tra le Americhe e l’Africa, camminando, spesso a piedi nudi, talvolta indossando le sue amate Havaianas consumate, per calpestare gli stessi suoli e rendere omaggio ai propri antenati, schiavi privati delle calzature come segno estremo di sottomissione. La sua pratica performativa, incessante, rivela come le cartografie coloniali e i canoni di razzismo sistemico abbiano inciso profondamente sui paesaggi contemporanei, modellando territori, identità e storie di oppressione.

In un tempo dilatato e intenzionalmente lento, i viaggi di Nazareth si trasformano in narrazioni viventi, in cui il movimento diventa un gesto potente che incide sui corpi,modella le lingue, ridefinisce i confini. La sua arte, così spesso intrecciata alla vita, si fa attraverso il linguaggio, i comportamenti partecipativi, gli oggetti scelti e il modo in cui vengono rappresentati, delineando un’analisi profonda delle relazioni tra le persone e i molteplici contesti sociali ed etnici che le circondano. Si riflette così sulla complessità degli squilibri sociali ed etici, ponendo in discussione l’ordine e le gerarchie che spesso governano il nostro mondo.

Tra gli elementi fondamentali del suo percorso c’è appunto il camminare: a piedi nudi o con le sue ormai iconiche Havaianas (simbolo-icona della sua terra natale, il Brasile) Nazareth intraprende lunghi viaggi, attraversando continenti e culture,come quello del 2011, durato nove mesi, che lo ha portato dalla sua Minais Gerais fino a Miami, in Florida, per partecipare alla fiera ArtBasel Miami Beach. Questi movimenti diventano performance vive, diventano narrazione, diventano modo di tradurre attraverso le immagini, i disegni, le installazioni, i diari visivi le storie dei suoi pellegrinaggi. Le Havaianas sono molto più di un semplice abbigliamento: rappresentano un simbolo con radici profonde nella cultura brasiliana, un ricordo tangibile dell’arte nascosta nelle azioni quotidiane di Nazareth.

Nazareth è un artista senza pennello né vernice, un creatore che dà forma all’arte attraverso il movimento dei suoi piedi. Ha percorso a piedi da Belo Horizonte a New York, sette mesi di cammino incessante, senza mai lavare i piedi lungo tutto il viaggio. Solo a New York si è concesso un gesto di purificazione, lavando i piedi nel Hudson, come simbolo di una purificazione individuale e di un desiderio di connettere l’America Latina con gli Stati Uniti.Con questo atto, Nazareth voleva portare nel cuore dell’America del Nord la polvere e la memoria delle terre del Sud, attirando l’attenzione su una crisi - quella della scarsità d’acqua nei Paesi più poveri -che riguarda tutti noi. La sua assenza di strumenti tradizionali, come pennelli e vernici, ha fatto delle proprie gambe e dei propri passi (calzati o no nelle sue Havaianas) gli strumenti insostituibili della sua creazione artistica, un modo di mettere in discussione le convenzioni della produzione estetica e di mettere in luce le storie invisibili che si celano dietro ogni passaggio, ogni territorio attraversato. In questo modo, l’atto del camminare si fa anche atto politico, un gesto subliminale ma potente che parla di resistenza, di memoria collettiva e di identità frammentate eppure resilienti. Le sue scarpe consumate, testimoni di tanti percorsi e incontri, diventano simboli universali di un desiderio di dialogo, di comprensione e di riconoscimento tra culture e storie diverse.

Attraverso le sue performance, le sue fotografie e le sue installazioni, Paulo Nazareth dà così voce alle storie silenziose di chi ha percorso strade di oppressione e di speranza, portando in ogni suo passo un messaggio di resistenza e di appartenenza.La sua arte ci invita a riflettere sui confini, sui limiti imposti dagli altri e da noi stessi, e sull’importanza di attraversarli con coraggio e consapevolezza, di camminare non solo per arrivare, ma per scoprire il significato profondo del movimento in un mondo che continua a cambiare e a reinventarsi, in un eterno viaggio tra memoria, identità e libertà.

Nell'immagine: Paulo Nazareth, «Sem titulo / Encruzihada» (2022, plastica e gomma delle infradito, centimetri 30 x 22)

Su «la Lettura» #746, in edicola  e in questa App, l'articolo di Stefano Bucci sulle mostre, a Venezia, di quattro artisti: il keniota-britannico Michael Armitage, l’indiano Amar Kanwar, il brasiliano Paulo Nazareth, l’americana Lorna Simpson, dal 29 marzo alla Pinault Collection, due nella sede di Palazzo Grassi, due a Punta della Dogana. Le loro opere parlano di guerre, migrazioni, potere, identità, violenza, tensioni sociali.

16 marzo 2026 ( modifica il 16 marzo 2026 | 17:47)

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