Gigi Riva e i Balcani: «Quella strana nostalgia dei sentimenti in guerra»
Il 17 marzo a Nembro la presentazione del suo nuovo libro «C’era l’amore a Sarajevo» in uscita per Mondadori
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Gigi Riva e i Balcani: «Quella strana nostalgia dei sentimenti in guerra»
di Federico FumagalliIl 17 marzo a Nembro la presentazione del suo nuovo libro «C’era l’amore a Sarajevo» in uscita per Mondadori
La sua Africa sono i Balcani. Quella che lega Gigi Riva a Sarajevo è una centrifuga sentimentale, altrettanto letteraria e non meno romantica. Lo dice, sin dal titolo, il nuovo romanzo del giornalista: «C’era l’amore a Sarajevo», in uscita il 17 marzo per Mondadori.
«Ho fatto l’inviato di guerra per più di vent’anni, la maggior parte dei quali trascorsi in Medio Oriente. Ma sono stati i Balcani a segnarmi. Lì ho contratto un virus, da cui non voglio guarire. Tanto che dopo quattro libri e due sceneggiature dedicate, ho immaginato che questa possa essere l’ultima mia produzione a riguardo. Ma, in realtà, non ne sono così certo».
Esiste una «Jugo-nostalgia». E Gigi Riva ce l’ha dentro. Che cos’è?
«I Balcani affascinano. Siamo noi italiani, 50 anni fa: i rapporti umani, la riduzione all’essenziale. Lo spirito di Sarajevo ha una dimensione primordiale e una bellezza letteraria. Tutto ciò, credo traspaia nel mio libro».
Gigi Riva, originario di Nembro, ha fatto per vent'anni l'inviato su diversi scenari di guerra
Un cronista – che ha trascorso la vita da inviato speciale in zone di guerra – torna in Bosnia a inizio 2026, per il 30esimo anniversario della fine del conflitto. Il protagonista si chiama Carlo. Ma è lei.
«Sono io, anche se gli ho dato il nome di mio fratello. Questo libro è in parte un’autobiografia. Alcuni personaggi sono veri, altri sono inventati. Non tutti i fatti sono reali, ma ogni situazione è verosimile. Del conflitto jugoslavo sono stati raccontati l’assedio, gli stupri etnici, i cecchini. Mai si è detto però, quanto la guerra sia una situazione estrema. Lì si ritrova sia il peggio sia il meglio dell’essere umano. Sentimenti come l’amore e l’amicizia vengono esasperati. I miei protagonisti vivono nel rimpianto dell’assedio di Sarajevo. È un paradosso».
Un rimpianto motivato da cosa?
«Bauman parla di retropia (nel saggio omonimo del grande sociologo, ndr). Ho tanti amici bosniaci convinti che il loro mondo di prima fosse migliore. Gli dico: “Siete pazzi? C’era la guerra”. Ma quegli anni coincidono con l’ultima volta in cui gli jugoslavi si sono sentiti popolo».
Su questo tema lei ha scritto un libro di successo, diventato un monologo teatrale. «L’ultimo rigore di Faruk» è oggi in scena allo Spazio Caverna (alle 18). «Faruk» ragiona sugli inizi del conflitto, «C’era l’amore a Sarajevo» sul dopoguerra. È un cerchio che si chiude?
«Faruk Hadžibegic, ultimo capitano della nazionale di calcio jugoslava, avrebbe potuto essere fra i protagonisti di «C’era l’amore a Sarajevo». Ho riflettuto sull’opportunità di inserirlo. Ma tra i due libri passano dieci anni. Il mio prossimo romanzo dovrebbe essere la storia di formazione di un adolescente, ambientata a Bergamo nei Settanta. Uso il condizionale. Metti che i Balcani mi facciano impazzire di nuovo (ride, ndr)».
Il 17 marzo, giorno dell’uscita, presenterà «C’era l’amore a Sarajevo» nella sua Nembro (Biblioteca Carrara, alle 20.30).
«La presentazione doveva essere il giorno dopo. Ma il 18 marzo è la Giornata per le vittime del Covid e il mio paese ne conserva memoria, naturalmente. In generale però, lo slogan della pandemia è stato disatteso. Come gli abitanti di Sarajevo si sono sentiti traditi, dal fatto che il conflitto non gli abbia restituito la vita di prima, di certo il virus non ci ha resi migliori».
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