Se l’istinto vince sulla ragione
Il tribalismo politico mette in crisi le liberal-democrazie e il diritto internazionale
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Se l’istinto vince sulla ragione
Sebastiano Maffettone | 15 marzo 2026Il tribalismo politico mette in crisi le liberal-democrazie e il diritto internazionale
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Ci sono due temi diffusi nel discorso pubblico: la mancanza di senso della politica e la crisi delle istituzioni liberal-democratiche. La mancanza di senso della politica riguarda il fatto che sempre più gli elettori votano seguendo i suggerimenti della pancia e non della testa, così che i politici elaborano programmi poco razionali e molto partigiani. La crisi delle istituzioni riguarda il fatto che la liberal-democrazia perde prestigio in politica interna e il diritto credibilità a livello internazionale. Curiosamente, le due cose non vengono messe in rapporto. Non si cerca, cioè, un termine medio che spieghi perché la diffusa deraison politica implichi la crisi istituzionale. A mio avviso, questo termine medio consiste in un diffuso tribalismo, che invita a scegliere l’istinto e non la ragione, l’appartenenza e non la universalità, la concretezza e non l’astrazione. La tesi è che, per queste ragioni, la mancanza di senso della politica stimola il tribalismo, e penalizza la liberal-democrazia.
Cominciano dalla destra, che in materia di mancanza di senso della politica si è particolarmente distinta. Soprattutto la destra americana negli ultimi anni. Quella destra da cui tutto sommato viene Trump. Da tempo, in specie i radicali religiosi si erano fatti notare per il loro fanatismo e l’assurdità di alcune loro prese di posizione. Ma negli ultimi anni si sono aggiunti il movimento anti-tasse Tea Party, i birthers (che negavano che Obama sia nato negli Stati Uniti), i truthers (che credono che il crollo delle torri del World Trade Center sia stato un lavoro dall’interno) e un miscuglio di negazionisti antiscientifici che non credono nell’evoluzione, nei vaccini e nel riscaldamento globale.
Ma anche la sinistra ci ha messo del suo, quando ha abbracciato la cultura cosiddetta woke. Che invita, per esempio, a togliere dai programmi universitari Dante e Shakespeare perché rappresentanti solo dell’Occidente, oppure oscurare personaggi come Cristoforo Colombo perché proto-colonialisti. Impedisce poi a ogni maschietto di dire a una collega: «Quanto sei carina oggi!», e negli Stati Uniti inculca nella maggioranza un robusto senso di colpa nei confronti degli afro-americani. Più in generale, essere woke implica ritenere che ogni pretesa di verità e giustizia — per sua natura valida per tutti — dipenda dalla volontà di imporre una cultura bianca, maschilista, occidentale.
Aspetti caratterizzanti di questa mancanza di senso della politica sono pregiudizi comuni, che ci sono sempre stati, ma che, ai nostri giorni sono diventati dominanti. Pregiudizi come il confirmation bias, che ci fa preferire qualsiasi opinione rinforzi le nostre convinzioni, o il group bias, che ci fa schierare sempre con i pareri di chi appartiene al nostro gruppo. Questi pregiudizi sono insieme le cause e i sintomi di un tribalismo oramai normale. Alla base del tribalismo, c’è a sua volta la sfiducia nella ragione. Non si sono norme universali che valgano per tutti, e quindi non c’è spazio per verità e giustizia. Prevalgono, invece, gli istinti sociali che rinforzano strutture tradizionali di affinità e parentela.
Tutto ciò rende spesso vincente in politica l’appello alla natura umana, al senso comune, alla concretezza del quotidiano. E, al tempo stesso, fa diventare quasi impossibile il credere in istituzioni come quelle liberal-democratiche che presuppongono complessità e astrazione. Pensate alla rule of law, il primato del diritto, che tra le altre cose ingiunge di rispettare l’altro anche se vive e pensa all’opposto di come faccio io. Oppure, allo stesso mercato concorrenziale, che rende irrilevante la persona di chi compra o vende una merce. Se non ho torto, non è — contrariamente a quanto spesso si pensa — l’egoismo dei singoli che decostruisce le istituzioni, ma piuttosto la lealtà dei singoli nei confronti dei membri della propria tribù. La società civile — ci insegnano i grandi pensatori europei del diciassettesimo secolo come Hobbes — nasce dal caos primitivo, che dipende proprio dal tribalismo. Il tribalismo di oggi può spingerci di nuovo verso il caos, come si vede dalla crisi della liberal-democrazia e del diritto internazionale. E dovremmo riflettere sul fatto che il movimento verso il caos è tutto sommato abbastanza semplice e naturale. Dopotutto va in direzione degli istinti. Ma quello contrario non lo è…
15 marzo 2026
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