«Perseveranza», un viaggio negli abissi della mente di un uomo che odia il mondo e le persone
Corriere della Sera - Cultura

«Perseveranza», un viaggio negli abissi della mente di un uomo che odia il mondo e le persone

Domenica 15 marzo 2026
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Il romanzo di Barbara Codogno ha la voce di un uomo che prova fastidio per tutte le cose e le persone intorno a lui, fino alla violenza definitiva. La presentazione venerdì a Padova

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«Perseveranza», un viaggio negli abissi della mente di un uomo che odia il mondo e le persone

di Francesca Visentin

Il romanzo di Barbara Codogno ha la voce di un uomo che prova fastidio per tutte le cose e le persone intorno a lui, fino alla violenza definitiva. La presentazione venerdì a Padova

Berto odia tutti e tutte, passa la vita a scansare la vita. Insegnante svogliato, marito crudele, padre assente, convinto che qualsiasi cosa accada sia colpa degli altri, si racconta in un monologo scandito da ossessioni, narcisismo, vigliaccheria, totale mancanza di empatia nel nuovo romanzo di Barbara Codogno Perseveranza (Apogeo, 108 pagine, 15 euro). Berto è un personaggio disturbante, nichilista, ripiegato su di sé, che scava nella sua vita tra passato e presente, auto-assolvendosi. Codogno ha saputo rendere bene una voce maschile intrisa di violenza, facendo emergere dal racconto un orrore chiaro e lampante per chi legge, mentre invece Berto resta totalmente impermeabile a responsabilità e colpe, continuando a trincerarsi dietro il non essere compreso e odiando l’intero genere umano. La sua «perseveranza» (che diventa condanna) è nell’ostinazione a replicare la cattiveria, rigidamente chiuso in un super io avulso dalla realtà, ostinato nel rifiuto del mondo, degli affetti e delle relazioni sociali. 

La copertina

Il titolo del libro è rappresentato bene dall’opera di copertina, che tra l’altro si chiama nello stesso modo, Perseverance del pittore Radu Belcin. E la scrittura tagliente di Codogno, è strumento del protagonista, volutamente disturbante, come nei libri precedenti. «La figura del doppio attraversa il romanzo come una presenza fantasmica, costante, destabilizzante - spiega Barbara Codogno - . Berto non è mai solo, è sempre affiancato dal proprio alter ego, quello che immagina avrebbe potuto essere e che accusa il mondo di non avere riconosciuto. Come in Dostoevskij il doppio è una macchina di persecuzione. L’abisso è la traduzione narrativa di un vicolo cieco psichico».

I familiari e i colleghi

Così, la moglie Carla, il figlio Alessandro, i colleghi, la vicina, il cane e anche le persone che non conosce, diventano superfici su cui rimbalzano frustrazione e risentimento. «A lui sinceramente importava poco del figlio... anche quando era piccolo per lo più si evitavano. Tra loro c’era sempre stato un rimprovero sospeso, del resto la colpa di una vita infelice a qualcuno la devi pur dare. Soprattutto: il figlio davvero lo infastidiva...». E la moglie, «una cretina». «Se lei gli chiedeva di pagare una bolletta o di preparare la tavola, lui la guardava veramente pieno di sofferenza, di fastidio... Se la moglie per entrare in casa suonava il campanello, lui rispondeva al citofono anche dopo dieci minuti, e molto infastidito. Se lei chiedeva aiuto per le borse della spesa, lui apriva la porta e la guardava di traverso, davvero infastidito... Era sempre occupato in qualcosa che gli evitasse di avere a che fare con sua moglie e anche con il figlio». Segnali, nella narrazione c’è un crescendo di violenza, che infine divampa. Dal «fastidio» in ogni minimo gesto della quotidianità, al disprezzo feroce verso moglie e figlio soprattutto, che diventa abuso domestico, psicologico e fisico. Ma Berto «giustifica» tutto nella sua narrazione in prima persona, pure botte e crudeltà psicologica. Codogno ha creato un protagonista da odiare, l’ha messo in scena con grande capacità introspettiva e conoscenza della psiche umana. È un uomo incapace di legami e di coinvolgimento verso idee o persone, a parte l’interesse per le ballerine in tivù e per la musica di Mozart a volume sparato, usata più che altro per isolarsi dal mondo. La ferocia può annidarsi dietro l’apparente normalità: Codogno riesce perfettamente a dimostrarlo. Il racconto parte dall’espediente narrativo di un concerto di musica classica e un colpo di tosse del violinista, trattenuto fino alla fine. La tosse poi diventa ricorrente nella storia, quasi una postura esistenziale. Il romanzo non offre redenzione e si snoda attraverso suggestioni letterarie e filosofiche: la scrittrice dice di essersi ispirata a Il male oscuro di Giuseppe Berto. Si notano echi di Melville, Bernhard, Girard, Dostoevskij. Il finale, tra bambole gonfiabili pugnalate, foto di sesso orale appese in tutta la casa, ricorda i più inquietanti e oscuri serial killer della letteratura.

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15 marzo 2026 ( modifica il 15 marzo 2026 | 17:36)

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