Sua madre impugna un coltello
Pubblichiamo in anteprima l'incipit del nuovo romanzo di Elena Varvello «La vita sempre», in libreria dal 24 marzo per Guanda (pp. 334, euro 20).
LUNEDì 16 MARZO 2026
Sua madre impugna un coltello
Pubblichiamo in anteprima l'incipit del nuovo romanzo di Elena Varvello «La vita sempre», in libreria dal 24 marzo per Guanda (pp. 334, euro 20).
di ELENA VARVELLOPubblichiamo in anteprima l'incipit del nuovo romanzo di Elena Varvello (Torino, 1971; qui sopra) «La vita sempre», in libreria dal 24 marzo per Guanda (pp. 334, euro 20).
1918-1922
Nel primo ricordo, sua madre impugna un coltello.
La Grande Guerra è finita. Lei, in piedi in cucina, la mano serrata sul manico,sbraita contro il marito puntandogli contro la lama, dicendo che ne ha abbastanza dei due soldi fatti con la macelleria, di sangue e carcasse, di vecchie spilorce che vogliono comprare a credito. Non le importa né della guerra né della povera gente.
Pretende un’altra vita.
Allunga il braccio, come volesse ferirlo. Poi si accascia su una sedia, lì accanto, a gambe aperte, gli occhi e la bocca sbarrati.
La lama, cadendo, tintinna fredda sul pavimento. È quel tintinnio ciò che Francesco conserva più vividamente.
Un altro ricordo: lei – Elisabetta, ma il marito la chiama Bettina – per qualche ragione incapace di alzarsi dal letto su cui si è stesa «un momento», una domenica pomeriggio, nella penombra; il marito le si siede accanto, le chiede, poco più che un sussurro: «Cos’hai, ninin?». S’azzarda persino a picchiettarle una mano–Francesco assiste alla scena dal corridoio – ma lei non risponde. Poi negherà , come sempre, d’aver avuto qualcosa, d’aver continuato a fissare, inebetita, il soffitto, come se non l’avesse sentito.
«Te lo sei sognato ninin» dirà, « non è vero».
Non sopporta che quell’uomo quieto, dal cuore debole, quel macellaio che s’è sposata ma che considera inutile, con le mani sempre macchiate di sangue, la chiami ninin.
No. Non lo sopporta.
«Ne ho abbastanza» continuava a ripetere.
Di cosa, di chi? Della loro vita, la macelleria. E di lui, Francesco, l’ultimo dei suoi tre figli, l’unico maschio, un bambino dagli occhi neri allungati, vicini, e lunghe ciglia.
Il repertorio di frasi che gli rivolgeva:
Che vuoi ancora?
Smettila di piagnucolare, o, più spesso, frignare.
Mi fai impazzire, te, lasciami stare.
Se lo scrollava di dosso quando lui le cingeva le gambe, le tirava la gonna, una manica. «Lasme sté» gli diceva, ma più lei lo scrollava, più lui tentava di stringerla, quasi volesse aggrapparsi. L’aveva tormentata, diceva, sin dal principio,ciucciando il latte – succhiava malissimo, le dava dolore.
Già il parto, comunque, l’aveva quasi ammazzata.
Aveva di lui un fastidio, e ne parlava apertamente quand’era in bottega, alla cassa; dipingeva quell’ultimo nato come un’ombra di cui non ti liberi, quasi che lo scopo della sua nascita, nel luglio del 1914 – «è nato con la guerra, d’altronde» –, fosse il tormento materno. Come se Francesco Ravinale fosse venuto al mondo solo per sfinire la madre.
«Invece le bambine sono buonissime».
Le figlie maggiori, Clara e Silvana: composte, ben educate.
Lui la cercava – l’odore materno, il suo viso di spigoli, l’orlo della lunga gonna –, non voleva lasciarla, aveva il terrore che la madre lo abbandonasse.Ed eccolo, sullo sgabello accanto alla cassa, in camiciola e calzoncini, calze che stringono e prudono e rigide scarpe di cuoio, a guardarla parlare con una cliente, a guardarne il profilo aquilino nella luce che cambia col vento che scende a folate dalle colline sulla città di Alba, nell’attesa fremente che lei si volti, che si ricordi di lui. Il campanello: qualcuno sta entrando in negozio. Rumori di strada. Suo padre si pulisce le mani sull’ampio grembiule, «in che posso servirvi, signora? Volete il solito?». Conosce tutte le donne per nome, dalla madama elegante sino all’ultima domestica, sorride e disossa la carne – la mannaia e il coltello, il batticarne, la rapidità dell’incarto, il buon peso.
Dallo sgabello, lui guarda sua madre fissarlo con disappunto per ogni parola che dice, là, dietro il banco, per quei modi così servili, da bottegaio.
Nell’inverno dei suoi cinque anni, Francesco cominciò a manifestare misteriosi, sempre più frequenti, dolori di stomaco, di gola o d’orecchie, di gambe, di braccia, che la madre chiamava lagne.
«Non fare lagne».
Non c’era punto del corpo che non potesse produrgli un dolore: la faceva impazzire.Quello ne ha sempre una, diceva.
«Signora Ravinale, avete proprio un bel figliolo!».
«Dite?».
«E come sta crescendo bene».
«Mah, ne ha sempre una».
Tale e quale suo padre. Debole. Non le somigliava – anche se invece le assomigliava già molto: lo stesso naso, occhi nerissimi, la forma puntuta del mento, le labbra sottili.
«È uguale a te» ripeteva al marito. Intendendo: è stato un errore, un peso che, per la vita, dovrò sopportare. Non che con le bambine, lontana dagli sguardi altrui, fosse poi tanto amorevole, ma erano femmine e non la sdegnavano.
Eppure, sullo sgabello, lui la chiamava.
Mamma, mamma?
(© 2026 by Elena Varvello, All rights reserved; © 2026 Ugo Guanda Editore S.r.l., Via Gherardini 10, Milano Gruppo editoriale Mauri Spagnol)
Su «la Lettura» #746, disponibile in edicola e in questa App, il romanzo di Elena Varvello è recensito da Cristina Taglietti.
15 marzo 2026 ( modifica il 15 marzo 2026 | 15:03)
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