Il commissario Veneruso e l'assassino degli architetti nella Napoli della Belle Epoque
Torna il poliziotto di Diego Lama in un avvincente e raffinato giallo Mondadori
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Il commissario Veneruso e l'assassino degli architetti nella Napoli della Belle Epoque
di Mirella ArmieroTorna il poliziotto di Diego Lama in un avvincente e raffinato giallo Mondadori
Diego Lama
Quando uno scrittore riesce a realizzare un personaggio così convincente come il commissario Veneruso di Diego Lama è sempre un piacere affrontare la lettura di un nuovo capitolo delle serie. Ancora maggiore se poi l’autore ha anche una voce riconoscibile e una scrittura affilata e ironica al tempo stesso. È il caso de «Il sangue degli architetti», appena pubblicato da Mondadori. È quindi con viva soddisfazione che ritroviamo questo poliziotto un po’ cialtrone, apparentemente ottuso, sporco, scalcagnato e dispotico con i suoi sottoposti, che trova pace solo di fronte a un bel piatto di spaghetti aglio e olio e a una frittata unta e bisunta. Un uomo che aborrisce la modernità e i suoi alfieri, a cominciare dagli stramaledetti architetti uccisi uno dopo l’altro come birilli in una Napoli in pieno fermento.
La città della Belle Epoque si trova di fronte a un bivio: deve decidere se e come imboccare la strada della trasformazione urbana e il sindaco Nicola Amore prova a gestire questo processo attraverso un grande concorso al quale partecipano i migliori progettisti su piazza. E qui entra in scena l’architetto che si cela dietro lo scrittore: Lama esercita proprio questa professione e immagino si sia divertito come non mai a ritrarre tic e caratteristiche di quattro personaggi geniali e anche un po’ sinistri, mescolando fantasia e riferimenti colti alla realtà. Ecco quindi Lester Young, che incarna la passione per il Neogotico, con una giovane e bellissima moglie. E poi il neoclassico Valpino, il floreale Trago e il razionalista Messina. Forzando almeno un po’ la reale cronologia, Lama mette in scena l’opposizione tra le quattro tendenze, che sono poi modi diversi non solo di vedere la città, ma la vita stessa. E tocca a Veneruso, con la sua ignoranza e il suo scetticismo, confrontarsi con i quattro poli di una lotta aperta e a volte scorretta. Si può uccidere per un disegno?, si chiede perplesso il commissario. Ed è l’architetto Messina a rispondergli con una frase illuminante: «Si può uccidere per tutto, credo. Però uccidere un buon architetto è un delitto perfido, commissario. Significa uccidere il futuro della città. Significa abbandonarla nelle mani di speculatori e ignoranti, che non hanno altra idea in testa se non quella del profitto».
Questa Napoli che cambia, con interi quartieri abbattuti per fare posto al Rettifilo, con la spiaggia di Santa Lucia che scompare sotto la colmata, Veneruso la percorre instancabilmente, quasi a cercare nei suoi anfratti la verità e in parte il suo passato di scugnizzo affamato. Perché il commissario lavora più con la pancia che con il cervello, attorniato dai suoi collaboratori ai quali Lama dà spessore di comprimari invece di relegarli al rango di semplici comparse. Proprio con loro e con la prostituta Annarella, Veneruso svela il suo lato più umano, che emerge all’improvviso, per squarci. A uno dei suoi poliziotti che ha perso più di un figlio sa come offrire la sua solidarietà: «Si fermò in mezzo al corridoio e mise una mano sulla spalla di Polverino, che abbassò la testa. Rimasero in silenzio così, a comunicarsi uno strano affetto, senza parole, senza smancerie, senza cerimonie e senza nulla: un affetto quasi vuoto, però anche quasi pieno». Ecco la grandezza segreta di questo Maigret alla napoletana.
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