L'ombra dei Bush su Trump
Corriere della Sera - Cultura

L'ombra dei Bush su Trump

Sabato 14 marzo 2026
3 visualizzazioni

Con la «terza guerra del Golfo» il predidente turba i Maga e mostra la stessa ansia dei predecessori: il timore del declino dell’Occidente

Guerra in Iran, le ultime notizie in diretta

L'ombra dei Bush su Trump

Federico Rampini | 14 marzo 2026

Con la «terza guerra del Golfo» il predidente turba i Maga e mostra la stessa ansia dei predecessori: il timore del declino dell’Occidente

I tuoi preferiti

Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.

Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccedi

Hai salvato un nuovo articolo

Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.

Ora lo chiamano «George W. Trump». Attaccando l’Iran questo presidente insegue i due Bush che aveva condannato? Quando nel 2015 Donald Trump si lanciò nella prima corsa alla nomination repubblicana, denunciò «le guerre infinite» dei Bush, padre e figlio, in Medio Oriente. Dieci anni dopo, all’inizio del secondo mandato nel 2025, sognava il Nobel per la Pace. Il suo slogan rimane America First, copiato dalle fasi isolazioniste di due presidenti democratici, Woodrow Wilson e Franklin Roosevelt, ambedue decisi a restare fuori dai conflitti... fino a quando ci entrarono.
Nel 2026 la maledizione imperiale ha colpito di nuovo? Finché si è trattato dell’operazione Maduro, il blitz per catturare un dittatore coinvolto nel narcotraffico era coerente col trumpismo originario. Non una guerra, un’operazione di polizia. Breve, efficace, spettacolare. C’era dietro anche il realismo energetico. Il mondo avrà bisogno di petrolio per molto tempo, la Cina più di tutti. Se stai seduto su un tesoro strategico, come gli Stati Uniti che hanno conquistato l’autosufficienza energetica dai tempi di Barack Obama, sarebbe un errore non sfruttarlo nei rapporti di forze globali. 

Di qui ad allargare il discorso al Golfo, il salto era già in atto.L’alleanza strategica con il mondo arabo, gli accordi di Abramo, il Piano per Gaza: l’influenza americana in Medio Oriente non era mai stata così forte. Restava l’Iran: un Paese in guerra dichiarata contro gli Stati Uniti da 47 anni. Trump era trentenne quando Jimmy Carter subì la presa di ostaggi nell’ambasciata Usa di Teheran: 444 giorni di un’impotenza esibita agli occhi del mondo, una presidenza distrutta, una nazione umiliata. Più che lanciare una guerra nuova, nel 2026 forse Trump ha voluto chiudere un conflitto lungo quasi mezzo secolo.
«George W. Trump» turba la parte isolazionista della base Maga, lo accusano di ripetere le gesta dei vituperati «neoconservatori» in Iraq nel 2003. Dai primi giorni della guerra, però, qualcosa è cambiato. Ci sono opinionisti e influencer importanti a destra che continuano a manifestare dissenso ma nella base c’è stato un riallineamento a favore del conflitto. Alcuni fattori sono scontati: solidarietà col presidente, patriottismo, rispetto delle forze armate. Forse è scattato anche qualcos’altro. Per capirlo è utile un saggio di Tanner Greer su The National Review, autorevole rivista conservatrice.

La tesi è questa: la destra populista che si proclama anti-Bush e anti-neoconservatrice in realtà è meno distante da quella stagione di quanto voglia ammettere. C’è una continuità tra l’era Bush e la nuova destra di Trump, la stessa ansia di fondo: il timore del declino della civiltà occidentale. I falchi repubblicani dei primi anni Duemila e molti trumpiani di oggi condividono l’idea che l’America attraversi una fase di decadenza morale e politica e che serva uno scossone per invertire la rotta. Entrambi cercano uno scopo nazionale capace di ridare energia a un Paese stanco e disorientato. I neoconservatori degli anni Duemila traducevano questa ambizione in una missione: esportare la democrazia. Ma sotto quella retorica c’era soprattutto un culto della potenza. Una frase famosa di un esponente dell’era Bush — «quando agiamo, creiamo la nostra realtà» — riassumeva quella mentalità. Anticipava la filosofia del trumpismo: la convinzione che una grande potenza possa semplicemente fare le cose, imporre la propria volontà, piegare gli eventi.

La retorica sulla promozione della democrazia è quasi scomparsa. Anche una parte significativa della nuova destra digitale — i giovani che sui social si identificano con il trumpismo più radicale — si è schierata a favore della guerra. Secondo loro il conflitto con l’Iran sarebbe diverso dalla guerra in Iraq. Trump, sostengono, capisce la forza in modo più realistico di quanto facessero i Bush. Sa usare la potenza americana senza illusioni ideologiche. Ma l’idea che l’America possa entrare in un luogo turbolento del mondo, colpire duramente i suoi nemici, eliminare i loro leader e costringerli a rispettare l’egemonia Usa non è affatto una novità. Era la filosofia dominante della destra americana alla vigilia della guerra in Iraq. Anche allora molti sostenevano che sarebbe bastato dimostrare la superiorità militare americana per ristabilire l’ordine.
La storia non si ripete mai in modo identico. C’è una differenza tra il presidente attuale e i falchi dell’era Bush. Trump è molto meno rigido. È opportunista, disposto a cambiare idea. Dove i neoconservatori vedevano una missione, lui vede una trattativa permanente. Questo può essere frustrante per gli osservatori — rende difficile prevedere le sue mosse — ma offre un vantaggio. Trump può passare in poche ore da una retorica bellicosa a un atteggiamento negoziale. All’inizio ha dichiarato che accetterà soltanto la «resa incondizionata» dell’Iran. Ma non è difficile immaginare che adotti un linguaggio diverso. Il segretario di Stato ha definito la leadership iraniana un gruppo di fanatici religiosi? Certo. Ma se dichiarare la vittoria richiedesse un accordo con quegli stessi fanatici, Trump non avrebbe scrupoli.

Resta un elemento di continuità tra Bush e Trump: il desiderio di una presidenza rivoluzionaria, capace di rompere con il passato e ridare energia al Paese. Quando una nazione cerca una svolta storica, il rischio dell’arroganza è reale. In quello spazio — tra ambizione e senso di onnipotenza — si decide spesso il destino delle guerre.

14 marzo 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Editoriali e commenti di oggi di Federico Rampini

L'ombra dei Bush su Trump

Sabato 14 marzo 2026 di Beppe Severgnini

Usa e Iran, il silenzio delle tifoserie

Sabato 14 marzo 2026 di Giuseppe Sarcina

Si apre la sfida diplomatica con Teheran

Sabato 14 marzo 2026 di Paolo Lepri

Islanda nella Ue, «non perdiamo tempo»

Venerdì 13 marzo 2026 di Goffredo Buccini

Abbaglio Usa sulla via di Teheran

Venerdì 13 marzo 2026 di Massimo Sideri

I nonni dell’AI? Volta e Golgi, Nobel italiano «dimenticato»

Venerdì 13 marzo 2026 LEGGI TUTTI

Gli approfondimenti e gli editoriali sui principali temi di attualità, politica, economia e costume curati dalle firme più prestigiose del Corriere della Sera. Scopri opinioni e commenti sui fatti del giorno.

Le Newsletter del Corriere, ogni giorno un nuovo appuntamento con l'informazione

Riceverai direttamente via mail la selezione delle notizie più importanti scelte dalle nostre redazioni.

Iscriviti

Condividi questo articolo