Referendum, il rischio delle urne vuote
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Referendum, il rischio delle urne vuote

Sabato 14 marzo 2026
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La contrapposizione politica troppo accentuata fa perdere di vista il significato della consultazione

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Referendum, il rischio delle urne vuote

Gerardo Villanacci | 14 marzo 2026

La contrapposizione politica troppo accentuata fa perdere di vista il significato della consultazione

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Per quanto possa apparire contraddittorio le vere insidie del prossimo referendum costituzionale, più che il merito della riforma riguardano la qualità del nostro spazio pubblico e la maturità con la quale osservare le regole fondamentali del nostro Paese. È sotto gli occhi di tutti che la consultazione sulla modifica di alcuni articoli della Costituzione, stia avvenendo in un clima di contrapposizione accentuata nel quale le posizioni tendono a irrigidirsi prima ancora di essere chiarite, con il rischio che ciò che dovrebbe rappresentare un momento alto di partecipazione consapevole si riduca all’ennesimo terreno di scontro identitario.
La conseguenza possibile è che tra narrazioni contrapposte si assottigli lo spazio per una spiegazione puntuale dei contenuti effettivi della revisione, benché si tratti di interventi che incidono sull’organizzazione di uno dei poteri dello Stato. Un obiettivo rilevante che richiede chiarezza, rigore e senso di responsabilità nel linguaggio pubblico piuttosto che discussioni accese, talvolta aspre, la cui comprensione rimane limitata. Una parte non trascurabile dei cittadini sa che sarà chiamata alle urne, ma conosce poco l’oggetto preciso della scelta da compiere e le conseguenze concrete che potrebbero derivarne. In assenza di un’informazione diffusa e accessibile, il confronto pubblico tende a semplificarsi e a condensarsi in formule antagonistiche che rafforzano le appartenenze anziché favorire il discernimento, trasformando questioni istituzionali complesse in slogan facilmente spendibili nel dibattito politico.

Per questa ragione il referendum rischia di essere svilito nella sua funzione propria che non è un plebiscito sull’azione del governo né un giudizio su una categoria, bensì uno strumento di garanzia che consente al corpo elettorale di confermare o respingere una revisione delle regole comuni. Del resto la sua legittimazione si fonda sulla partecipazione informata e nella consapevolezza del significato del voto cosicché se, al contrario, prevalesse la logica dello scontro permanente, la consultazione si caricherebbe di significati impropri e smarrendo la propria natura deliberativa si ridurrebbe a indicatore di rapporti di forza politici anziché a momento di analisi collettiva sull’assetto delle istituzioni.
In questo contesto la conferma se non addirittura l’aumento dell’assenteismo appare concreto, non tanto per indifferenza dell’elettore verso la Costituzione quanto per disorientamento e conseguente crescita della percezione che la consultazione altro non sia che una battaglia tra élite o un confronto opaco nei suoi aspetti tecnici. Circostanze che inducono a sottrarsi ritenendo che la posta in gioco non sia intellegibile o che il proprio voto sia destinato a essere assorbito nella polarizzazione generale. L’astensione si confermerebbe essere il segnale di una distanza crescente tra istituzioni e cittadini, alimentata dalla sensazione che le decisioni sulle regole comuni si stabiliscono in un circuito ristretto e autoreferenziale.

Proprio per questo è necessario e urgente, data la scadenza elettorale prossima, un cambio di passo in linea con il presupposto che le riforme istituzionali richiedono un contraddittorio ampio e responsabile, capace di coinvolgere sostenitori e contrari in un dialogo leale e trasparente. Il confronto in democrazia non può degenerare in contrapposizione sterile, soprattutto quando in discussione vi sono gli equilibri costituzionali poiché nel momento in cui le regole comuni vengono sentite come patrimonio di parte, la loro forza simbolica inevitabilmente si attenua e con essa la fiducia dei cittadini nella stabilità dell’ordinamento.
Il vero banco di prova non sarà soltanto l’esito del voto, ma il modo in cui il Paese saprà arrivarci: se prevarranno slogan, semplificazioni e delegittimazioni reciproche, il referendum risulterà distante e incomprensibile. Se invece si investirà in chiarezza, informazione e confronto argomentato, la consultazione potrà diventare un esercizio autentico di partecipazione consapevole, evitando al contempo che si consolidi quella distanza silenziosa tra società e politica che finisce, quasi impercettibilmente, per attenuare la credibilità e la forza delle decisioni collettive.

14 marzo 2026

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