Morto il filosofo Jürgen Habermas, erede della Scuola di Francoforte
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Morto il filosofo Jürgen Habermas, erede della Scuola di Francoforte

Sabato 14 marzo 2026
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Scomparso a 96 anni rappresentava la volontà della Germania di riscattarsi dal passato tragico del Terzo Reich, recuperando i valori universalistici del dialogo e della ragione

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Morto il filosofo Jürgen Habermas, erede della Scuola di Francoforte

di Antonio Carioti

Scomparso a 96 anni rappresentava la volontà della Germania di riscattarsi dal passato tragico del Terzo Reich, recuperando i valori universalistici del dialogo e della ragione

Il filosofo tedesco Jürgen Habermas (1929-2026)

Nato a Düsseldorf il 18 giugno del 1929, l’anno della grande crisi che aveva gettato il suo Paese nella miseria, vissuto nei suoi primi anni sotto il dominio totalitario del Terzo Reich, traumatizzato dopo il 1945 dalle
rivelazioni sui crimini del nazionalsocialismo, il filosofo e sociologo tedesco
Jürgen Habermas, scomparso all’età di 96 anni, rappresentava come pochi altri la volontà della Germania di riscattarsi da quel passato tragico, recuperando i valori universalistici del dialogo e della ragione.

A partire dal saggio del 1962 Storia e critica dell’opinione pubblica (Laterza, 1971) e poi soprattutto con la sua opera più vasta e importante, Teoria dell’agire comunicativo (il Mulino, 1986), Habermas aveva collocato al centro della sua riflessione l’esigenza di garantire le condizioni di un confronto critico-razionale sui temi d’interesse collettivo, strumento indispensabile per sottrarre la convivenza civile a ipoteche autoritarie. Interpretava in questi termini la «svolta linguistica» della filosofia novecentesca, nel cui solco collocava la sua ricerca. 

Gli era chiaro quando fosse arduo giungere a una «organizzazione della società sull’esclusivo fondamento di una discussione libera dal dominio», in un contesto condizionato dall’influenza del potere economico e degli apparati burocratici. E tuttavia si era tenuto distante dal marxismo, la cui analisi del mutamento storico giudicava insufficiente, ed era rimasto immune dalle suggestioni utopistiche della contestazione studentesca, pur apprezzandone lo slancio ideale. Di fronte a certo estremismo settario, Habermas non aveva esitato a parlare di «fascismo di sinistra».

Fedele alla sua ispirazione illuminista, non credeva affatto a prospettive di rigenerazione rivoluzionaria violenta, né riteneva sensato mettere in discussione i pilastri della modernità, come la conoscenza scientifica e l’economia di mercato. Ma non chiudeva gli occhi di fronte ai danni che accompagnano la crescente «colonizzazione» delle relazioni socio-culturali, dette in sintesi Lebenswelt («mondo della vita»), da parte delle logiche
monetarie e burocratiche di quello che chiamava il «sistema». Sperava tuttavia che i rischi potessero essere contenuti e arginati sfruttando la «capacità d’integrazione sociale» insita nell’agire comunicativo. L’accordo motivato tra individui consapevoli e solidali, innervato dall’«etica del discorso», era a suo avviso l’architrave della democrazia.

Con grande sospetto Habermas guardava invece al tentativo di consolidare l’edificio della Repubblica federale tedesca attraverso un rilancio dell’identità nazionale che rileggesse anche l’esperienza tragica del Terzo
Reich in una chiave diversa da quella della colpa collettiva. A metà degli anni Ottanta fu molto dura la sua polemica contro gli esponenti del cosiddetto «revisionismo storico»: non solo Ernst Nolte e Andreas Hillgruber, che a suo avviso avevano cercato di normalizzare la barbarie hitleriana raffrontandola alle nefandezze dell’Urss di Stalin, ma anche studiosi come Michael Stürmer, consigliere del cancelliere cristiano-democratico Helmut Kohl, che si proponevano di recuperare lo spirito patriottico per conferire una più salda coesione alla nuova Germania.

Secondo Habermas si trattava di tendenze pericolose, che mettevano
in dubbio «l’apertura incondizionata» all’Occidente su cui era stata costruita la democrazia postbellica. A quelle suggestioni di sapore nazionalista contrapponeva un «patriottismo della Costituzione» di respiro universale, frutto di una visione critica del passato tedesco capace di caricarsi sulle spalle il peso di Auschwitz senza chiedere sconti.

Maggiore comprensione Habermas mostrava invece verso chi rivendicava un ruolo per le confessioni religiose nella sfera pubblica. Sul tema si era svolto a Monaco di Baviera nel 2004 un incontro tra lui e l’allora cardinale Joseph Ratzinger, i cui testi sono stati pubblicati in Italia prima dalla rivista «Reset» e poi in due diversi volumetti, editi da Morcelliana e da Marsilio. Pur negando che la laicità dello Stato implicasse «una debolezza intrinseca» delle istituzioni tale da richiedere il sostegno della fede in Dio, il filosofo riconosceva alle Chiese il merito di saper comprendere e accogliere l’umanità ferita, auspicando che credenti e non credenti s’impegnassero in «un processo di apprendimento complementare» suscettibile di arricchire entrambe le parti in una società ormai «postsecolare».

Questa posizione era sicuramente anche influenzata dai forti dubbi di Habermas circa le nuove frontiere d’intervento della scienza sul patrimonio genetico. Ai suoi occhi si trattava di uno dei tanti aspetti della «spirale tecnocratica» in corso, assai pericolosa anche e soprattutto in campo economico.

Convinto fautore dell’unità europea, Habermas avvertiva la necessità stringente, ancor più ineludibile dopo lo scoppio della crisi finanziaria, di dare al processo d’integrazione un respiro democratico. Bocciava la politica dei piccoli passi perseguita da Angela Merkel, considerava deleterio far calare dall’alto sui cittadini degli Stati membri dolorose misure di aggiustamento dettate da organi non elettivi dell’Unione in ossequio agli «imperativi dei mercati». Se ne poteva uscire, avvertiva, solo con uno sforzo di solidarietà disposto anche «alla messa in comune dei debiti», praticabile non certo nella situazione istituzionale vigente, ma «nel quadro di una comunità che sia soprastatale e nello stesso tempo democratica». Ancora una volta, da illuminista convinto, faceva appello alla ragione e al dialogo. Ma anche alla fantasia necessaria per progettare un futuro diverso.  

14 marzo 2026 ( modifica il 14 marzo 2026 | 15:24)

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