La curatrice ucraina alla Biennale di Venezia: «Non entrerò mai nel padiglione russo. La loro arte a servizio dell’imperialismo»
Ksenia Malykh sulla riapertura dello spazio espositivo della Russia: «Ipocrisia dire che l'arte è al di fuori della politica. Dal governo italiano posizione chiara»
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La curatrice ucraina alla Biennale di Venezia: «Non entrerò mai nel padiglione russo. La loro arte a servizio dell’imperialismo»
di Sara D'AscenzoKsenia Malykh sulla riapertura dello spazio espositivo della Russia: «Ipocrisia dire che l'arte è al di fuori della politica. Dal governo italiano posizione chiara»
Ksenia Malykh è tra i curatori della partecipazione ucraina
Un cervo di ottocento chili messo in salvo nel 2024 dalla città di Pokrovsk, nella regione occupata dai russi del Doneck, e trasportato simbolicamente da una città all’altra dell’Europa, da Berlino a Bruxelles fino a Parigi, prima di approdare ai primi di maggio a Venezia, in Riva Ca’ di Dio, dove rimarrà sei mesi, per tutto il tempo della prossima Biennale d’Arte. È il cuore pulsante della partecipazione dell’Ucraina alla prossima esposizione che apre il 9 maggio s’intitola «Security Guarantees» – Garanzie di Sicurezza –. La scultura starà all’aperto, «perché è stata creata per uno spazio pubblico», racconta da Berlino Ksenia Malykh, una dei curatori del Padiglione.
Che significato ha per voi questo cervo?
«È stato creato dall’artista ucraina Zhanna Kadyrova per la città di Pokrovsk nel 2019 sul piedistallo di un jet sovietico. Durante la Guerra Fredda c’era questa tradizione nell’Unione Sovietica di mettere i jet nei parchi, così uscivano in tutte le foto in cui bambini giocavano. È uno dei tanti simboli del potere militare. Quando l’Ucraina ha cominciato la sua “decomunistizzazione” molti di questi jet sovietici sono stati spostati e la città ha chiesto a Zhanna di creare qualcosa su un piedistallo. Lei ha pensato a qualcosa che avesse un significato opposto e ha deciso di creare questo cervo in forma di origami, un gioco».
In questa Biennale ci sarà anche la Russia. Quali sono i suoi sentimenti su questa presenza?
«Per chiunque in Ucraina negli ultimi quattro anni si sia occupato di arte o cultura questa non è affatto una sorpresa: tutti sanno che gli attori della cultura russa sono dappertutto. Ma l’ipocrisia di questo gesto e del loro messaggio che l’arte è al di fuori della politica è qualcosa che mi ha davvero sorpreso: non hanno il diritto di parlare così, perché sfruttano la cultura per nutrire la loro politica imperialista, la loro cultura è letteralmente la loro politica. Ovviamente non siamo contenti e seguiamo con molta attenzione questo progetto. Quello che è davvero bello è che abbiamo un grande supporto dall’Europa, come si è visto nella lettera dei Paesi europei più la Norvegia. La protesta è iniziata da Estonia e Lituania ed è significativo che non sia iniziata da noi, sentiamo che non siamo soli. Non vogliamo perdere il nostro tempo per spiegare che tutto ciò che la Russia chiama cultura è uno strumento per la propaganda, uno strumento per motivare una guerra di aggressione contro l’Ucraina. Quindi se vi chiedete la nostra reazione, noi capiamo che dobbiamo lavorare più duramente per essere presenti ai più alti livelli e cercare di fare del nostro meglio. Non cambieremo la nostra storia, ancora per un po’ sarà questa, ma dobbiamo resistere».
Che cosa ne pensate della Biennale che permette la presenza del Padiglione russo?
«Non è l’Italia ma la Fondazione Biennale. Hanno una posizione pubblica che dice che non si può fare una censura, perché l’arte va oltre la politica e anche questo non è sorprendente, penso che sia una questione di volontà politica. Non penso che la pressione dei ministri europei cambierà qualcosa, ma è vero che in quel Padiglione gli artisti sono chiamati da Anastasia Karneeva, che è molto vicina al potere russo. E questo è qualcosa che è davvero contro le sanzioni dell’Unione Europea. La sua non è un’istituzione di arte regolare, tanto è vero che nel 2022 i curatori e gli artisti del Padiglione non hanno partecipato. E due anni fa, quando la Russia ha dato il Padiglione alla Bolivia, anche quello era un gesto politico, perché la Russia stava cercando di accreditarsi con il Sud del mondo e ora sappiamo che i boliviani hanno appena firmato con la Russia un contratto sul litio che è quello usato per le batterie per i droni».
Andrà a visitare il Padiglione russo?
«Ovviamente no, fisicamente mi è impossibile pensare di mettere il mio corpo all’interno di un contesto di persone che uccidono tutti i giorni i nostri artisti, i nostri lavoratori culturali. È lo stesso motivo che mi impedisce di ascoltare la musica russa che prima ascoltavo. Non posso a livello fisico, perché il mio corpo non ce la fa. Quindi non lo visiterò e penso che molte persone non lo visiteranno».
Il ministro della Cultura ha chiesto di tornare indietro sulla decisione di riaprire il Padiglione.
«La posizione del governo italiano è chiarissima. Siamo felici che sia così, ma è chiaro che in Italia come in altri Paesi la cultura russa ha un suo peso. Alla Mostra del Cinema la bandiera della Russia sventolava accanto a quella di altri Paesi e la cantante Netrebko, sostenitrice di Putin, si esibisce regolarmente. Anche questa è una lotta, ma non è la nostra».
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