Orlando Cinque verso i David per il suo corazziere de "La Grazia": «Sorrentino mi ha cambiato la vita. Quando vidi "Youth" piansi e corsi in chiesa»
L'attore campano, candidato come migliore attore non protagonista ai David di Donatello, è in tv con la serie «Vanina 2» : «Il teatro è la mia passione, ma può annoiare. Quella volta che fischiai Leo de Berardinis»
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Orlando Cinque verso i David per il suo corazziere de "La Grazia": «Sorrentino mi ha cambiato la vita. Quando vidi "Youth" piansi e corsi in chiesa»
di Mirella ArmieroL'attore campano, candidato come migliore attore non protagonista ai David di Donatello, è in tv con la serie «Vanina 2» : «Il teatro è la mia passione, ma può annoiare. Quella volta che fischiai Leo de Berardinis»
«Quello del colonnello Labaro, il corazziere de "La grazia", era il terzo ruolo del film, nella sceneggiatura. Ma poi è stato tagliato molto materiale, almeno tre scene. A quel punto ero perplesso, perché l’attore ha uno sguardo limitato. Invece poi mi sono accorto che il mistero e la forza di quel ruolo arrivano allo spettatore lo stesso e forse ancor di più. Con Sorrentino è sempre una grande lezione di cinema».
Orlando Cinque è candidato come miglior attore non protagonista ai prossimi David di Donatello e intanto, su Canale 5, veste i panni di Tito Macchia nella fiction «Vanina 2», sulla squadra antimafia di Catania. Un attore diviso tra cinema, televisione e teatro, che è stato il suo primo e più intenso amore.
Cinque, però ora ci incuriosisce: quali erano le scene tagliate del film?
«Dei momenti ironici, in cui si svelava il lato più umano e quotidiano del personaggio e anche un po’ il suo versante spirituale. Diciamo che erano rese in modo più esplicito delle caratteristiche che poi si comprendono ugualmente nella versione finale».
Com’è stato per lei interpretare questo personaggio sempre vicino al Presidente? Labaro cosa dà a Mariano De Santis?
«Lo accompagna in ogni momento e fa sue le emozioni di lui. Il cavallo che muore è il suo cavallo. La canzone di Guè gliela procura lui, e non è casuale, come tutti i dettagli dei film di Sorrentino: è una canzone che parla di colpa e di perdono».
E lavorare con Sorrentino?
«Sorrentino mi ha cambiato la vita. Lavorare con lui e con Toni Servillo è stata una lezione immensa. Ma già prima il suo cinema mi aveva toccato profondamente. È una cosa un po’ personale...».
Possiamo accennarla?
«Quando ho visto "Youth" mi sono emozionato. C’è una frase che pronuncia Paul Dano, citando Novalis: “Io sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre”. Ecco, in sala ho iniziato a piangere, poi sono uscito dal cinema e sono entrato in una chiesa, cosa che non facevo da 35 anni. A 9 anni ho perso mio padre e mi è sembrato di ritrovare la fede della mia infanzia. E al primo provino con Sorrentino poi ho portato proprio una scena da "Youth"».
Sorrentino fa miracoli?
«Certo che no, ma il bello è che il suo cinema, dietro storie apparentemente pop, fa passare qualcosa di altro, certi squarci imprevedibili. Accade anche ne "La grazia"».
Passando alla tv, ora è su Canale 5 con «Vanina 2». Le piace più il cinema, la tv o il teatro?
«Il mio personaggio nella serie è buffo, ironico e Vanina è più una commedia che un poliziesco vero e proprio e per questo mi piace. In realtà io nasco attore di teatro, ma non sono capace di stare nelle consorterie quindi vengo chiamato poco. Al cinema e in tv non devi fare parte di un clan, è un gioco più semplice, basta essere credibile. In realtà pur amando il teatro devo ammettere che spesso ha troppe pretese intellettualistiche e magari annoia, ma nessuno si azzarda a fischiare».
Lei ha mai fischiato qualcuno?
«Sì, per troppo amore».
Ci racconti.
«Ero un giovane stupido adorante del mio mito Leo de Berardinis che avevo amato alla follia in "Scaramouche". Racimolai i soldi del biglietto e andai a vedere "Re Lear", non mi piacque e gridai: vergogna! Assurdo. Però devo dire che preferisco interpretare una brutta fiction che uno spettacolo teatrale brutto o anche medio. In tv dura poco, ti pagano bene e se ti devi prostituire è per un solo giorno».
E il cinema?
«Forse è quello che oggi ha la maggiore capacità di raccontare, in queste settimane sono usciti tanti film belli: "Hamnet", "Sentimental Value", "L’agente segreto", "Il filo del rasoio"».
Lei è campano, della costiera sorrentina, che rapporto ha con Napoli e con i ruoli napoletani?
«Ora ci vivo, ma è un ritorno, perché sono andato via molto presto. Ricordo con molta gioia il primo lavoro di Eduardo che interpretai, era "Il Sindaco del Rione Sanità" per la regia di Marco Sciaccaluga. E poi il mio Trenta Denari di "Romanzo Criminale" viene da Giugliano. Quando posso mi fa piacere portare la mia napoletanità nei personaggi, ma cercando di stare ben lontano dallo stereotipo».
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14 marzo 2026 ( modifica il 14 marzo 2026 | 13:48)
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