Rocco Papaleo: «Sono innamorato di Torino, una città colta dove persino i taxisti sembrano usciti dalla Crusca»
Corriere della Sera - Cultura

Rocco Papaleo: «Sono innamorato di Torino, una città colta dove persino i taxisti sembrano usciti dalla Crusca»

Sabato 14 marzo 2026
3 visualizzazioni

Domenica 15 marzo l’attore e regista sarà al Cinema Massaua (al termine della proiezione delle 16.30), al Lumière di Pianezza (alle 19.30) e al Due Giardini (alle 21) per il suo ultimo film: «Il bene comune»

Guerra in Iran, le ultime notizie in diretta

I tuoi preferiti

Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.

Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccedi

Hai salvato un nuovo articolo

Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.

Rocco Papaleo: «Sono innamorato di Torino, una città colta dove persino i taxisti sembrano usciti dalla Crusca»

di Fabrizio Dividi

Domenica 15 marzo l’attore e regista sarà al Cinema Massaua (al termine della proiezione delle 16.30), al Lumière di Pianezza (alle 19.30) e al Due Giardini (alle 21) per il suo ultimo film: «Il bene comune»

«Cos’è “Il bene comune”? Il titolo del mio film - spiega Rocco Papaleo - forse è un po’ altisonante, ma è più un’ambizione che una sintesi. Si riferisce alla solidarietà, alla tenerezza dei rapporti e all’idea che costituirsi in una comunità, spesso, conviene a tutti». L’attore e regista che sarà presente domenica 15 marzo al Cinema Massaua (al termine della proiezione delle 16.30), al Lumière di Pianezza alle 19.30 e al Due Giardini (alle 21), introduce il suo ultimo film (produzione Picomedia, Less is More e Piperfilm) magicamente sospeso tra grazia e divertimento.

Da dove nasce l’idea dell’escursione di un gruppo di donne recluse «a fine pena» alla scoperta del Pino Loricato, simbolo del Parco del Pollino?
«È un nome che rimbalza nella mia testa da sempre. Da bambino pensavo fosse un signore che si chiamava così, ma poi ho scoperto che si trattava di un albero secolare tra i più vecchi d’Europa. Questa idea di resilienza e resistenza che comunica nello sbucare da una roccia con equilibrismo da circo, mi attirava e l’ho associata alla storia di un “pellegrinaggio laico” che in cambio ti restituisce un messaggio esistenziale».

E il gruppo di recluse in licenza?
«Quella viene da diverse visite nei carceri dove ho incrociato detenute e detenuti con cui ho parlato a lungo. Li sentiamo distanti, ma facciamo parte della stessa comunità “umana” e mi pare scontato che il contesto della nascita sia spesso decisivo nel decidere “chi sta dentro e chi fuori”. Visto che la mia idea di cinema è mettere insieme un pezzo alla volta, ho pensato che le due componenti potessero coesistere».

Umorismo, musica e teatro convivono anche grazie a un cast dalla spontanea alchimia. Come ci è riuscito?
«Qualcuno ha notato che siamo in sette, come le note, e sono orgoglioso di aver creato una bella sinfonia. E poi, girare nei piccoli paesi stando sempre insieme, aiuta a “fare gruppo” più facilmente. Così, alla fine è successo, quasi “miracolosamente”, che mentre i personaggi crescevano armonicamente, anche noi attori lo facevamo tra noi».

Possiamo dire che le donne del cast, tra cui citiamo Vanessa Scalera e Claudia Pandolfi, sono il cuore della vicenda?
«Volevo che al centro della scena ci fossero loro, come un coro, per raccontare una comunità che piano piano si costruisce e io ho fatto un passo indietro per farle camminare insieme. Le assicuro, specie quando faccio il regista, non ho smanie di protagonismo».

È un film sui sogni e sui talenti nascosti?
«Ognuno di noi ha una carta da giocare nella vita e spesso è abbastanza alta da potersi mettersi al tavolo da gioco».

Come ha lavorato sulla sceneggiatura?
«La scrittura arriva fino a un certo punto. È solo a metà del viaggio ed è l‘attore che deve portarla al termine».

Complimenti per la sua canzone di chiusura: fa leggere i titoli fino alla fine. È il suo talento nascosto?
«La ringrazio a nome della troupe. Volevo che il cammino dei protagonisti fosse scandito da una musica che prende forma passo dopo passo, fino a diventare una voce collettiva capace di tenere insieme corpi ed emozioni. Il racconto che ho immaginato ha, come sempre nei miei film, un forte accento musicale, umoristico, e se posso sentirmi ambizioso, poetico».

Pronto per il ritorno nella sua città d’elezione?
«Di Torino sono innamorato e vi ho vissuto per 5 anni. Perché? Bello il Tevere, il Po però, vuol mettere? E poi, dicono “falso e cortese”: avercene cortesie dagli sconosciuti, mica ci devi convivere. Infine, scherzi a parte, è una città colta: persino i taxisti sembrano usciti dalla Crusca».

Il suo augurio a "Il bene comune"?
«Ho una semplice ambizione: vorrei che smuovesse qualcosa dentro a ogni spettatore. Per carità, non parlo di rivoluzione, ma almeno per la durata del film mi piacerebbe che si potesse sentire migliore, più aperto e più tenero verso gli altri. Chiedo troppo?».

Vai a tutte le notizie di Torino

Iscriviti alla newsletter di Corriere Torino

14 marzo 2026 ( modifica il 14 marzo 2026 | 11:16)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Pistole, granate, fucili e droga nel sottotetto nel quartiere Regio Parco: 49enne arrestato

sequestrati 3 fucili a pompa, 2 fucili mitragliatori e 12 kg di droga

LA PRIMA PAGINA DI OGGI

Condividi questo articolo