Verso Bergamo Jazz, Aldana: «L’essenza della mia musica: il sassofono mi ha salvata»
Giovedì 19 la cilena che vive a Brooklyn torna al festival per la serata inaugurale al Teatro Sociale
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Verso Bergamo Jazz, Aldana: «L’essenza della mia musica: il sassofono mi ha salvata»
di Luigi RadassaoGiovedì 19 la cilena che vive a Brooklyn torna al festival per la serata inaugurale al Teatro Sociale
Quando, appena 29enne, nel 2017 suonò per la prima volta a Bergamo Jazz, su invito dell’allora direttore artistico Dave Douglas, in Italia era pressoché sconosciuta, malgrado la vittoria al Thelonious Monk international jazz competition, prima sassofonista a riuscire nell’impresa. Giovedì 19 marzo Melissa Aldana, cilena di stanza a Brooklyn, ritorna al festival per la serata inaugurale al Teatro Sociale, questa volta su invito di Joe Lovano.
In questi 10 anni ha raggiunto traguardi molto prestigiosi: dischi, tour in tutto il mondo, collaborazioni con alcuni pesi massimi del jazz.
«Certo. Anche se la cosa per me più importante rimane il percorso nel miglioramento, nell’approfondimento della conoscenza musicale. La domanda che non ho mai smesso di ripetermi è: come posso continuare a perfezionarmi? Sono il crescere e il diventare più forte che mi hanno dato le opportunità che dieci anni fa non avevo, come il contratto con l’etichetta Blue Note e le collaborazioni con Gonzalo Rubalcaba, Joshua Redman e Joe Lovano, di cui vado particolarmente fiera».
Il suo penultimo album s’intitola Echoes Of The Inner Prophet: chi è questo profeta?
«Sono io, con la mia ricerca interiore. Sono io nello sforzo di raggiungere la mia vera essenza, superando l’ego e le sovrastrutture che oggi ci disturbano. Quando ero bambina ho passato momenti difficili. La mia è stata un’infanzia complicata, ma ho avuto la fortuna di suonare il sassofono, di avere tra le mani qualcosa che amavo. La musica possiede un lato quasi mistico che non si può spiegare, profondamente legato alla ricerca del sé».
Il suo ultimo disco è dedicato invece al repertorio delle Filin-Songs, stile cubano popolare negli anni Quaranta e Cinquanta. Da dove nasce questa passione?
«Tutto è iniziato con la volontà di approfondire il mio sound. Mi chiedevo: che cosa significa avere un bel suono, ma aldilà del suono in sé e per sé? Volevo lavorare a un suono personale, alla ricerca di qualcosa di profondo, che è ciò che sento ogni volta che ascolto il sassofono di John Coltrane. Pensavo di farlo attraverso le ballad del Songbook america-no, ma Rubalcaba (pianista cubano, ndr) mi ha suggerito queste canzoni “sentimentali” della sua terra. Interpretarle è stato un lungo processo d’interiorizzazione e di approfondimento spirituale».
Un’artista migrante residente in Usa da quale prospettiva osserva il mondo?
«È difficile parlarne oggi. Sono felice di lavorare lì dove ho casa, di condividere la mia storia con il pubblico che mi ascolta e con i musicisti che mi accompagnano. Di fronte alle folli notizie che ascoltiamo da settimane, stare in una stanza, condividere un’esperienza e volersi bene diventano momenti rari e preziosi».
Cosa pensa del jazz italiano?
«Non lo conosco bene, ma quando penso all’Italia, la prima persona che mi viene in mente è Roberto Gatto, batterista eccezionale con cui ho fatto il primo tour italiano».
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14 marzo 2026
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