Biennale, dal Vietnam a Pinochet fino al «dissenso» del ‘77: quando arte e politica si azzuffano a Venezia
Corriere della Sera - Cultura

Biennale, dal Vietnam a Pinochet fino al «dissenso» del ‘77: quando arte e politica si azzuffano a Venezia

Sabato 14 marzo 2026
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Rapporti spesso tormentati con Mosca: in un'edizione non fu assegnato il tradizionale numero romano e il catalogo fu sostituito da fascicoli fotocopiati

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Biennale, dal Vietnam a Pinochet fino al «dissenso» del ‘77: quando arte e politica si azzuffano a Venezia

di Pierluigi Panza

Rapporti spesso tormentati con Mosca: in un'edizione non fu assegnato il tradizionale numero romano e il catalogo fu sostituito da fascicoli fotocopiati

La XXXV Biennale del 1970 fu travagliata. Dei venti artisti americani attesi se ne presentano solo quattro: gli altri rinunciarono per protestare contro la Guerra del Vietnam e la politica di Nixon. «Io ho accettato di venire alla Biennale, ma protesto lo stesso», disse William Weege: la sua esposizione fu cucirsi sulla maglietta una bandierina Usa con il simbolo «Fate l’amore non fate la guerra» al posto delle stelle. Anche i cecoslovacchi non si presentano. Sulla porta del loro padiglione scrissero: «Chiuso per motivi tecnici. Informazioni al padiglione sovietico». L’occupazione di Praga da parte dei carri armati dell’Urss era avvenuta nell’agosto del ’68.

L'edizione per il Cile

Alla Biennale del 1974 il presidente socialista riformista Carlo Ripa di Meana decise di dedicare l’intera edizione al Cile come protesta contro il dittatore Pinochet, che l’11 settembre del ’73, con un colpo di Stato, aveva deposto e ucciso Salvador Allende. Molti artisti, tra i quali il cileno Sebastian Matta ed Emilio Vedova, riempiono i campi con murales inneggianti alla libertà del Cile. Fu un’edizione talmente particolare che non fu assegnato il tradizionale numero romano. Il catalogo fu sostituito da fascicoli fotocopiati.

Il dissenso nei Paesi dell'Est

Nel 1977 Ripa di Meana decise di dedicare la Biennale cinema al tema del dissenso nei Paesi dell’Est, ovvero contro il comunismo. Stando alle sue dichiarazioni, l’iniziativa poteva essere una occasione utile alla qualificazione democratica della sinistra. Mosca fece di tutto per bloccare l’iniziativa. Si mosse l’ambasciatore sovietico Nikita Rijov, che trovò un alleato nel quotidiano «Paese Sera» con il critico Nello Ponente, che chiese di non finanziare più la Biennale. Scesero poi in campo contro la Biennale Antonello Trombadori e Renato Guttuso. Quindi il sindaco di Roma, Giulio Carlo Argan, che irrise all’iniziativa: «Si tratta di uno zelo da crocerossine». Contro anche Giacomo Manzù e Maurizio Calvesi, che sul «Corriere della Sera» difese l’autonomia della cultura, intendendo che Ripa di Meana non doveva dare visibilità a intellettuali dissidenti dei paesi dell’Est sotto il regime sovietico. Il socialista Paolo Grassi negò la sede veneziana della Rai (era presidente) alla Biennale. Il regista Luca Ronconi, direttore del settore Teatro, abbandonò la mostra. Il regista Citto Maselli scrisse sull’«Unità» che non condivideva il programma, bollato dal Pci come «antisovietico» e frutto delle «strumentalizzazioni socialiste».

La manifestazione, partita in novembre, si concretizzò nella proiezione di filmati di registi come i quali Andrzej Wajda, Andrej Tarkovskij, Sergej ĖEjzenštejn (che venivano commentati) e in letture di brani di dissidenti come Andrej Sacharov (la lettera di invito non gli fu recapitata), Aleksandr Solženicyn, Iosif Brodskij, Jirí Pelikán, ma anche Vladimir Bukovskij. Intervennero anche Susan Sontag e Alberto Moravia.

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