Immortalare dolore e speranza, le immagini di Matteo Biatta realizzate con gli infermieri dell’Ant
Si intitola «Esserci. Presenze che fanno la differenza» la mostra allestita al Museo Nazionale della Fotografia di Brescia
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Immortalare dolore e speranza, le immagini di Matteo Biatta realizzate con gli infermieri dell’Ant
di Fabio LarovereSi intitola «Esserci. Presenze che fanno la differenza» la mostra allestita al Museo Nazionale della Fotografia di Brescia
Si intitola «Esserci. Presenze che fanno la differenza» la mostra fotografica di Matteo Biatta che si inaugura sabato 14 marzo alle 17 al Museo Nazionale della Fotografia di Brescia (Contrada del Carmine, 2F). L’esposizione raccoglie 20 scatti che il fotografo ha realizzato seguendo gli operatori e i volontari dell’Associazione Nazionale Tumori nel loro impegno di assistenza domiciliare ai malati; il ricavato andrà a sostegno della stessa Ant. All’inaugurazione intervengono l’infermiera Marlena Balduchelli, il medico coordinatore Francesco Baldo e il fotografo.
Matteo Biatta, come nasce questo progetto?
«Il lavoro nasce a maggio 2020, nel pieno dell’emergenza Covid: ho chiesto ad Ant di poter documentare la vita di malati terminali in un momento in cui - anche fare una risonanza - poteva essere un problema. L’impegno però è andato oltre, raccontando il lavoro di medici ed infermieri anche dopo la pandemia (le ultime immagini sono state scattate nel 2023) ed il senso del progetto è raccontare cosa fa ANT, considerato che il 99% delle persone non ne vuol sentir parlare finché non capita la sfortuna di averne bisogno».
Con quale sentimento si è accostato alle situazioni che hai documentato?
«Sono situazioni ovviamente delicatissime, nelle quali la parte più complicata del mio lavoro è approcciarsi ai soggetti da fotografare. Questo mi mette nella condizione di entrare con estrema discrezione nelle loro case e spesso chiacchierare per molto tempo prima di tirar fuori la macchina fotografica. Inizio a scattare solo nel momento in cui percepisco di essere stato veramente accettato: a quel punto so che la fotografia non sarà più una barriera tra di noi ma il mezzo per dar voce alla loro storia».
Come può la fotografia raccontare il dolore?
«Quello della fotografia è un linguaggio molto diretto, a volte le immagini ci lasciano a bocca aperta, sono dei veri colpi allo stomaco per la forma e la sostanza; quelle esposte qui sono fotografie che provano a lasciare una testimonianza di una fase delicatissima della vita dei pazienti; più che raccontare il dolore, mi sento di dire che la fotografia in questo caso possa sforzarsi di diventare un ponte tra chi ha la fortuna di essere sano e chi sta attraversando il momento più difficile della propria vita».
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