Micki Gruber: «Io e Lilli sorelle sempre solidali, nella vita e nel lavoro. Sulle donne ancora troppi stereotipi e poche opportunità»
L’autrice altoatesina e il nuovo saggio su come esprimere il proprio valore: «Il segreto per affermarsi? La libertà di definirsi e riconoscersi per ciò che siamo davvero, senza lasciare che siano gli altri a farlo al posto nostro»
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Micki Gruber: «Io e Lilli sorelle sempre solidali, nella vita e nel lavoro. Sulle donne ancora troppi stereotipi e poche opportunità»
di Sara SantoliniL’autrice altoatesina e il nuovo saggio su come esprimere il proprio valore: «Il segreto per affermarsi? La libertà di definirsi e riconoscersi per ciò che siamo davvero, senza lasciare che siano gli altri a farlo al posto nostro»
Micki e Lilli Gruber
Per secoli le donne hanno lasciato che fossero gli altri a stabilire il loro posto nel mondo, oggi reclamano il diritto di scrivere da sole la propria storia. La definizione di se è il cuore del nuovo saggio di Micki Gruber, altoatesina, consulente e autrice, Il marchio IO. Dire sì, dire no e creare successo nella vita e nel lavoro (Solferino), scritto con MariagiovannaLuini: un percorso di consapevolezza personale e professionale.
Micki Gruber, cos’è esattamente il «marchio IO» di cui parla nel libro?
«La definizione più accreditata viene da due ricercatrici della Harvard Business School: il marchio personale è la pratica intenzionale e strategica con cui definiamo e esprimiamo il nostro valore. È la sintesi delle convinzioni, dei sentimenti e delle aspettative che le persone nutrono nei nostri confronti. Il punto centrale è la libertà di definire noi stessi e di essere riconosciute e riconosciuti per ciò che siamo davvero, senza lasciare che siano gli altri a farlo al posto nostro».
In Italia, esiste davvero questa possibilità di autodeterminazione?
«Esiste, ma con molte sfumature. Tutte noi, donne ma anche uomini, possediamo già un brand, anche se non sempre ne siamo consapevoli. Il primo passo è riconoscerlo, da lì si può lavorare per chiarirlo, per modificarlo dove necessario, soprattutto se abbiamo obiettivi professionali specifici. Nel libro propongo un vero e proprio percorso pratico: non solo teoria, ma esercizi pratici che aiutano a capire come siamo, come veniamo percepiti e come eventualmente vogliamo correggere il tiro».
Le donne riescono a farsi percepire con autorevolezza?
«Direi di sì, ma non è qualcosa che arriva per miracolo: serve impegno. D’altra parte noi donne sappiamo bene cosa significa impegnarsi, quando decidiamo di fare una cosa, tendiamo a farla bene. Certo, spesso dobbiamo fare più fatica dei colleghi uomini, non perché loro non lavorino, ma perché per noi l’accesso a molte opportunità è ancora più complesso. Portiamo ancora il peso della cura familiare e molte strutture sociali non ci facilitano. Abbiamo raggiunto grandi risultati, ma dal punto di vista pratico non tutto è ancora semplice».
Lei e sua sorella, la giornalista Lilli Gruber, siete partite dall’Alto Adige e diventate figure molto note a livello internazionale. Com’è stato il percorso?
«Siamo cresciute in una famiglia molto aperta al mondo. I nostri genitori ci hanno sempre incoraggiate a guardare oltre, a studiare, a essere curiose di ciò che accadeva fuori dai confini della nostra realtà quotidiana, questo ha fatto una grande differenza. Abbiamo vissuto anche a Verona per un periodo, questo ha contribuito a rafforzare il nostro rapporto con la lingua e la cultura italiana, in una regione che ha una storia e una identità linguistica particolari. Crescere tra più contesti culturali ci ha abituate fin da giovani a guardare il mondo con una prospettiva più ampia. Poi le nostre strade si sono naturalmente divise. Io ho fatto esperienze all’estero, ho vissuto un anno a New York, e ho lavorato anche a Milano prima di tornare stabilmente in Alto Adige. Lilli invece ha intrapreso la strada del giornalismo che l’ha portata a Roma, dove vive ormai da molti anni e dove ha costruito una carriera importante nell’informazione italiana. Se guardiamo le nostre storie da fuori, possono sembrare due percorsi diversi. In realtà c’è un filo comune: entrambe abbiamo colto le opportunità che si sono presentate, ma abbiamo anche cercato di crearle. Non si tratta solo di partire da un luogo che non è il centro del mondo e arrivare altrove, ma di avere uno sguardo aperto e la volontà di mettersi in gioco».
Che rapporto ha oggi con sua sorella Lilli Gruber?
«Di grande solidarietà. Credo che siamo un esempio reciproco l’una per l’altra: c’è un rapporto molto profondo, fatto di stima e di sostegno. Uno degli stereotipi che nel libro cerco di smontare è proprio che le donne non si sostengano tra loro, non è così e non solo tra sorelle. La competizione c’è, ma non è di per sé negativa. Il problema è che quando due uomini discutono si parla di confronto, mentre se lo fanno due donne vengono considerate “isteriche”. È un doppio standard che pesa molto».
Nel libro affronta anche altri stereotipi. Quali sono i più radicati?
«Uno è quello secondo cui le donne sarebbero troppo emotive e quindi meno razionali. Un altro è il pregiudizio sull’ambizione: una donna ambiziosa spesso viene giudicata negativamente, mentre l’ambizione maschile è considerata naturale. Sono idee che interiorizziamo fin da bambine e che poi fatichiamo a scrollarci di dosso: c’è ancora molta strada da fare».
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