Guerra in Iran, la grande battaglia sulle basi e quei sì agli Usa da premier del passato
Le operazioni senza la cornice dell’Onu né della Nato. E oggi come ai tempi della crisi in Siria ci sono Trump, Netanyahu e Putin
Guerra in Iran, la grande battaglia sulle basi e quei sì agli Usa da premier del passato
di Francesco Verderami | 14 marzo 2026Le operazioni senza la cornice dell’Onu né della Nato. E oggi come ai tempi della crisi in Siria ci sono Trump, Netanyahu e Putin
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Passi che sulla guerra in Iran Schlein sconfessi l’operato di un premier del suo stesso partito, ma colpisce che Conte arrivi a sconfessare sé stesso. Perché nel 2018 l’Italia concesse le sue basi a Donald Trump per bombardare la Siria. Prima con Paolo Gentiloni, poi con «Giuseppi».
L’altro giorno in Parlamento la segretaria del Pd e il leader del Movimento 5 Stelle hanno attaccato Giorgia Meloni con le stesse parole. All’unisono l’hanno ammonita a non offrire alcun supporto, «nemmeno logistico», al capo dello Stato americano che insieme a Benjamin Netanyahu ha scatenato il conflitto contro il regime islamico di Teheran. Entrambi hanno citato «l’articolo 11 della Costituzione» e si sono appellati al «diritto internazionale che è stato violato».
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Così nell’Aula della Camera non solo è venuta meno la memoria collettiva del Paese ma persino quella individuale. E ci sarà un motivo se i due rappresentanti delle opposizioni hanno omesso di citare un pezzo di storia che pure gli appartiene. E che è recente, se è vero che risale a pochi anni fa, al 14 aprile 2018, giorno in cui Stati Uniti, Regno Unito e Francia lanciarono un attacco missilistico contro la Siria di uno dei tanti gentlemen del Medio Oriente: il sanguinario Bashar al-Assad, che faceva ciò che fanno oggi gli ayatollah iraniani. Destabilizzare l’area e sterminare la propria gente.
Quella notte i protagonisti dell’operazione — Trump, il francese Emmanuel Macron e la britannica Theresa May — chiesero supporto logistico al governo italiano guidato da Gentiloni. E lo ottennero. Perché tra i vari assetti per l’attacco furono impiegati anche gli F-16 del Fighter Squadron di stanza ad Aviano e venne impegnata la Stazione aereonavale di Sigonella. La missione non era autorizzata dall’Onu e non si inseriva nemmeno nel contesto Nato. Ma l’Italia sostenne gli alleati, «comprendendone le ragioni» anche se avrebbe «preferito una soluzione diplomatica nel quadro delle Nazioni Unite». Che non arrivò.
Ma non per questo cessarono le operazioni. E neppure cessò il sostegno di Roma. Anche quando a palazzo Chigi avvenne il cambio della guardia e giunse Conte alla testa del governo gialloverde. Con o senza travaglio, non si sa. È certo però che il neo premier non sospese il transito da Sigonella degli aerei americani da pattugliamento P-8 Poseidon e Global Hawk, né vietò l’uso logistico della base di Aviano. Anzi — come riferiscono fonti militari — lasciò che gli Stati Uniti «operassero anche con missioni verso la Libia che non avevano neppure una cornice Nato». Ma erano giustificate dal concetto di «extended self-defence», cioè di difesa preventiva per minacce contro il proprio Paese.
Oggi come allora la storia si ripete, quasi con gli stessi personaggi. C’era Trump, c’era Netanyahu, c’era Vladimir Putin che dopo essersi annessa illegalmente la Crimea aveva protestato per «l’atto illegale» contro la Siria, c’erano interessi economici e geopolitici da preservare, c’erano da distruggere i siti di gas nervino al posto del nucleare, c’erano numerosi civili tra le vittime dei bombardamenti. E in Italia c’erano il Pd e Conte che si scambiarono le consegne di governo. Ignari (forse) che si sarebbero alleati un anno dopo. È vero, non c’era un referendum costituzionale solo perché quello sulla riforma di Matteo Renzi si era già tenuto. E le elezioni si erano appena svolte consegnando il Paese all’«avvocato del popolo».
È strano che prima del dibattito sull’Iran nessuno abbia informato Elly Schlein di quella iniziativa unilaterale che in Siria violò l’ordine internazionale incentrato sulle Nazioni Unite. Ed è ancor più strano che Conte abbia avuto un vuoto di memoria dei tempi in cui Trump lo chiamava «Giuseppi», Putin gli offriva aiuto per il Covid con i servizi militari russi e Xi Jinping gli apriva la via della Seta. Ma in fondo tutti si sono dimenticati delle decine di volte in cui il diritto internazionale è stato calpestato dall’avvento dell’Onu: Corea, Ungheria, Cecoslovacchia, Afghanistan, Bosnia, Iraq, Ucraina...
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14 marzo 2026, 06:46 - modifica il 14 marzo 2026 | 06:46
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