Quanta fatica per un panino al burro nel film (epico) «L'isola dei ricordi». Andate a vederlo al cinema
Il film di Fatih Akin racconta l'odissea di un ragazzino della gioventù hitleriana alla fine della guerra. In sala anche Papaleo, e la faida familiare di Matarrese
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Quanta fatica per un panino al burro nel film (epico) «L'isola dei ricordi». Andate a vederlo al cinema
di Sara D'AscenzoIl film di Fatih Akin racconta l'odissea di un ragazzino della gioventù hitleriana alla fine della guerra. In sala anche Papaleo, e la faida familiare di Matarrese
Diane Kruger e i due giovani protagonisti: da sinistra Jasper Billerbeck e Kian Kopke
«L'isola dei ricordi» di Fatih Akin
Mentre la II Guerra Mondiale è lì per finire travolgendo le teste di Hitler e di chi ha creduto in lui, il dodicenne Nanning è il figlio ideale: per risollevare le sorti della famiglia, arrivata sull'isola di Amrun in Germania in fuga dalle bombe di Amburgo, dà una mano a Tessa (Diane Kruger) per coltivare le patate guadagnando così latte e patate per la mamma incinta e i fratellini. La famiglia non è una semplice famiglia di sfollati: il padre, in guerra, è un professore, pezzo grosso del regime, ma è soprattutto la madre a credere fermamente in Hitler. Tanto che, quando la Germania nazista si arrende e dopo aver dato alla luce l'ultimogenita, cade in depressione e smette di mangiare. A meno di non poter addentare un bel panino bianco con burro e miele. Ecco, l'odissea del piccolo eroe, che tenta come può di far felice la dispotica (e pure un po' distopica madre), inizia da quel panino bianco, che non è esattamente una passeggiata procurarsi in tempo di guerra, quando la farina bianca serve per suturare le ferite dei soldati, il miele scarseggia perché fiori ce ne sono pochi e il burro bisogna andare a chiederlo a uno zio fuori di testa che pretende si reciti a memoria il motto della gioventù hitleriana e non tiene conto della marea che rischia di travolgere il piccolo eroe. Le traversie di Nennig per procurarsi quanto la mamma desidera affondano le loro radici nel mare ancestrale delle fiabe, dove i bambini sono strumenti di una narrazione fatta per dare insegnamenti. Fatih Akin abbandona i suoi manierismi e si mette al servizio di una storia fortemente debitrice del nostro Neorealismo, tra «Sciuscià» e «Ladri di biciclette», con un'inventiva e una fotografia lunare che rendono perfettamente l'idea dello smarrimento di quei giorni. Peccato solo per l'inquadratura, inutile ma purtroppo in agguato fin dal titolo italiano, che punta sul ricordo e sull'effetto rimpianto. Ma la storia tiene e ha un bel ritmo nel raccontare l'orrore in cui non finiamo di essere immersi. Soprattutto oggi. E con attori tutti credibili, dal ragazzino bravissimo alla spaventosa madre (Jasper Billerbeck e Lisa Hagmeister).
Voto: 7+. Epico e al contempo piccolo, è un film che si imprime nella memoria per i paesaggi, i sentimenti e lo sguardo indimenticabile del giovane protagonista. Il cui amore per la madre gli fa compiere miracoli senza cadere nel mieloso.
«The Testament of Ann Lee» di Mona Fastvold
La piccola Ann nasce il 29 febbraio 1736 in una famiglia numerosa a Manchester, in Inghilterra. Fin da piccina, accanto ai suoi fratelli, sviluppa un'ossessione religiosa. Visioni di scene bibliche col serpente che tenta Eva le appaiono quando, obtorto collo, ascolta i genitori consumare un rapporto sessuale. Cresciuta un po', Ann (che da adulta è interpretata da Amanada Seyfried) entra in contatto con la setta degli Shaker, che predicano una sorta di danza messianica di purificazione. L'estetica adottata dal Mona Fastvold ricorda «La casa nella prateria», quel telefilm degli anni '80 che si svolgeva nella prateria americana dove tutti erano bellissimi e biondissimi. Così è per Ann e il fratello e il film non cambia quando Ann conosce gli Shaker, dove il movimento liberatorio è decisamente coreografato e dove si assiste a lunghi riti con mantra ripetuti e ossessivi. Gli Shaker non sono ben accetti e Ann ha una visione: devono portare il verbo in America, nel nuovo mondo. Inizia così un viaggio tra mille pericoli che li porterà nella terra promessa, dove nulla, comunque, sarà scontato. È difficile apprezzare la potenza visiva del film, che comunque c'è, in mezzo alle oltre due ore di un film che resta sulla superficie della spiritualità, e ne fa maniera, più che carne e sangue. E la sceneggiatura, firmata con Corbet, non è all'altezza delle aspettative.
Voto: 6. Due ore di delirio religioso che si avvita su sé stesso, lasciando lo spettatore esanime sulla poltrona del cinema.
«Il bene comune» di Rocco Papaleo
Rocco Papaleo è Biagio, una guida del Parco Naturale del Pollino. La sua specialità è portare le persone a vedere il pino lauricato, esemplare di resilienza della natura con oltre mille anni di storia. Raffaella (Vanessa Scalera), attrice integerrima che crede moltissimo nella missione del teatro e che tiene un laboratorio a donne ristrette in una comunità, lo contatta per portare le sue ragazze a vedere il pino lauricato, perfetto per gli esercizi che propone alle ragazze di immedesimazione negli alberi e nelle loro radici. Nel gruppo ci sono diversi tipi tutte però accomunate da una cosa: sono dentro perché hanno commesso reati, ma sono anche vittime: Claudia Pandolfi è la mangiatrice di uomini beccata a spacciare per fuggire da un marito violento, Teresa Saponangelo è un'ex infermiera che per fare una rapina si fa beccare perché soccorre il cliente del supermercato dove è entrata con una pistola finta, Livia Ferri è un'ex cantante che si è fatta prendere la mano con la vendetta e Rosanna Sparapano una hacker. La miscela - detenute, natura, sprazzi di libertà - è esplosiva e lo sarà. Papaleo scrive, dirige, interpreta, fa le musiche. Il problema è sempre la scrittura, che in un modo o nell'altro rimane sempre drammaticamente in superficie e genera inquadrature sciatte, recitazione non all'altezza, inquadrature inutili o poco centrate. Ciononostante il film può funzionare per chi non si fa troppe domande e vuole vedere e ha il pregio di non durare troppo.
Voto: 6+. Niente di che, ma male non fa.
«Il quieto vivere» di Gianluca Matarrese
L'idea è una bomba: riprendere una saga familiare vera, con i veri protagonisti (due cognate che si odiano e abitano sotto e sopra, nella Calabria di Corigliano) e farne un prodotto a metà tra film e documentario. E le due «attrici» protagoniste sono davvero credibili: pur essendo davanti a una macchina da presa, se recitano, recitano meglio di tante attrici professioniste. L'inizio è proprio da tragedia greca, con tanto di «coro» e ambientazione consona tra le rovine del Parco Archeologico di Sibari. Poi si comincia a scendere nell'abisso di una tenzone che non ha inizio e probabilmente non ha fine, con un cast fatto di zie, mariti inutili e quasi inesistenti e tavolate di ogni prelibatezza calabrese, possibilmente fritta. E fino a metà questo meccanismo con la tecnica del mocumentary - appunto un documentario ma di finzione, che poi qui finzione probabilmente troppo non è - funziona. Il problema è che non sa come portarlo a termine e nella seconda parte drammaticamente si ferma, si ripete, rallenta quel treno che era partito spedito e pieno di idee e arriva in stazione quasi vuoto.
Voto: 6,5. Idea fantastica, realizzata anche bene per oltre metà, poi soccombe alla mancanza del guizzo finale. Ma Matarrese è bravo e ce lo dimostrerà ancora e ancora.
«Good Boy» di Jan Komasa
Il «Good Boy» del titolo è Tommy, interpretato da Anson Boon, un adolescente inglese che sta buttando via la sua vita tra droga e violenza. Sulla sua strada sbandata, letteralmente, approda un padre di famiglia, interpretato da Stephen Graham (il papà della serie «Adolescence») decisamente abbonato al ruolo di padre di famiglia con qualche metro di polvere sotto al tappeto. Graham è Chris, papà di un ragazzino cresciuto sotto un'enorme e coercitiva campana di vetro, e marito di una donna che dimostra di avere più di qualche problema. Quando Chris raccatta Tommy dalla strada ne fa immediatamente un prigioniero di una distopica e claustrofobica organizzazione familiare alla «Dogtoot» di Lanthimos, con la famiglia tenuta chiusa e al riparo dal mondo. Ma l'arrivo di Tommy e di una governante inevitabilmente scardina il (quasi) perfetto meccanismo di controllo e le conseguenze saranno imprevedibili. Recitato in maniera credibile, scritto benissimo, tenuto su da un ritmo che a ogni svolta narrativa fa sobbalzare sulla sedia, «Good Boy» sconta solo un po' di effetto già visto per i tanti Kammerspiel che hanno già trattato il tema della famiglia che si rifugia in un sistema chiuso (senza dover arrivare all'ormai famigerata «famiglia nel bosco») destinato per forza a collassare. Ma ha una sua potenza e può far riflettere sulla mania del controllo (qui alle estreme conseguenze) di tanti genitori, di ieri e di oggi.
Voto: 7. Teso, recitato come quasi solo gli inglesi sanno fare, film decisamente angosciante, con immagini forti che restano impresse. Per fortuna.
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13 marzo 2026
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