Si apre la sfida diplomatica con Teheran
Corriere della Sera - Cultura

Si apre la sfida diplomatica con Teheran

Venerdì 13 marzo 2026
3 visualizzazioni

Oman, Svizzera e Turchia cercano di agganciare gli ayatollah mentre l’Europa arranca

Guerra in Iran, le ultime notizie in diretta

Si apre la sfida diplomatica con Teheran

Giuseppe Sarcina | 13 marzo 2026

Oman, Svizzera e Turchia cercano di agganciare gli ayatollah mentre l’Europa arranca

I tuoi preferiti

Salva questo articolo e leggilo quando vuoi. Il servizio è dedicato agli utenti registrati.

Non hai un account? Registrati in 1 minutoAccedi

Hai salvato un nuovo articolo

Trovi tutti gli articoli salvati nella tua area personale nella sezione preferiti e sull'app Corriere News.

Diversi Paesi sono stati colpiti dai droni e dai missili iraniani, con intensità diversa. Eppure, tutti si rifiutano di entrare nella guerra scatenata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu contro gli Ayatollah. È forse l’unica notizia decente nel buio totale di questi giorni. Cinque monarchie del Golfo, cioè Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrein, Kuwait, Qatar stanno incassando centinaia, se non migliaia di attacchi, limitandosi, però, a difendere il territorio.Il conflitto si sta allargando quasi per inerzia, con una dinamica che sembra pericolosamente inarrestabile. Gli iraniani puntano l’Azerbaigian, la Turchia, l’Iraq curdo e, infine, Cipro, cioè l’Europa. O meglio, le basi di Italia, Francia e Regno Unito.
Naturalmente, alla lista va aggiunto il blocco dello Stretto di Hormuz da cui transita il 20% del fabbisogno mondiale di petrolio, oltre a merci essenziali come i fertilizzanti per l’agricoltura o l’elio per i semiconduttori. Di fatto è come se l’Iran volesse dichiarare guerra al resto del mondo. Con le importanti eccezioni di Cina, il principale acquirente del suo greggio, e Russia, partner d’affari negli armamenti.

Di fronte a questo scenario, la reazione degli europei è stata flebile. Ancora una volta i principali Paesi del Vecchio Continente sono stati sorpresi dall’iniziativa di Usa e Israele. Ancora una volta sono stati costretti a inseguire affannosamente, sia sul piano militare che sul versante economico per temperare lo shock dell’energia in arrivo.
Gran parte del dibattito pubblico, a Bruxelles come a Parigi e Roma, si è concentrato sulla «violazione del diritto internazionale». Da noi, nel confronto alla Camera e al Senato, le opposizioni hanno insistito su questo punto: perché il governo Meloni non condanna apertamente la guerra illegale di Trump e Netanyahu? È una domanda tanto importante, quanto antica. Almeno quanto l’altra questione che è rimasta, invece, nell’ombra: è giusto colpire uno Stato o un leader che, a sua volta, viola il diritto internazionale? Per esempio, come nel caso del defunto Khamenei che ha ordinato la strage di almeno 30 mila manifestanti?

Ieri, su queste colonne, Massimo Nava ha puntualmente analizzato i precedenti storici: dalla Serbia del 1999 all’Iraq del 2003. Oggi come allora, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è rivelato impotente. Non per colpa del Segretario Generale o degli oltre 10 mila funzionari che lavorano nel Palazzo di Vetro a New York. Ma, semplicemente, perché Russia e Cina usano il diritto di veto per frenare qualsiasi operazione contro i loro alleati, dittatori o autocrati che siano; mentre gli Stati Uniti lo fanno quando c’è di mezzo Israele. Per quanto riguarda, invece, il tema della guerra «giusta o ingiusta», sappiamo che esiste una vasta letteratura in materia. Se vogliamo rimanere in casa nostra, ci limitiamo a suggerire il ciclo di «Lezioni sulla guerra e sulla pace» che Norberto Bobbio tenne nell’anno accademico 1964-1965 nell’Università di Torino e che l’editore Laterza ha opportunamente pubblicato nel 2024, vista l’incredibile attualità di quegli scritti. I lettori e le lettrici potranno verificare che il problema della «guerra giusta» risale almeno a duemila anni fa, da Cicerone ai giorni nostri, passando per San Tommaso e Immanuel Kant. Ora può darsi che si possa arrivare a una soluzione definitiva, nell’Europarlamento di Bruxelles, nella Camera dei comuni di Londra, oppure a Montecitorio. Difficile dirlo.
In parallelo, però, varrebbe la pena investire qualche energia politica altrove, seguendo con attenzione gli eventi, anche quelli sottotraccia. La priorità adesso è trovare uno spazio diplomatico, innanzitutto per arginare il dilagare del conflitto e poi per riprendere la trattativa tra Washington e Teheran. Il dialogo si è bruscamente interrotto venerdì 27 febbraio, quando il ministro degli Esteri dell’Oman, Al Busaidi, è stato ricevuto alla Casa Bianca dal vicepresidente JD Vance. Era entrato convinto di poter strappare almeno un’altra settimana di trattative; ne era uscito frastornato. Il giorno dopo, Trump ha dato ordine di bombardare l’Iran.

Il presidente Usa, ormai lo abbiamo capito, non tiene in alcun conto i vincoli del diritto internazionale; non ha alcun interesse a partecipare a uno scontro nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dall’esito scontato, visto il muro di Russia e Cina. Ma potrebbe, la prudenza è d’obbligo, essere ancora sensibile al richiamo del negoziato, specie adesso che si è capito quanto sia più difficile del previsto piegare la resistenza dei Pasdaran, senza contare il rischio di recessione che ormai aleggia sull’Occidente.

Ieri il Financial Times ha scritto che le diplomazie di Francia e Italia starebbero provando a convincere gli iraniani a sbloccare lo Stretto di Hormuz. A noi non risulta una mossa italiana in questo senso. Sappiamo, invece, che ci sono tre Stati che si sono già offerti per riaprire le comunicazioni con Teheran. Il primo è naturalmente l’Oman, protagonista dell’ultimo tratto del negoziato. Il secondo è la Turchia. In pubblico, il presidente Recep Tayyip Erdogan avverte con durezza l’Iran. Ma nelle riunioni a porte chiuse, per esempio le ultime due del Consiglio del Nord Atlantico, l’organismo politico della Nato, i rappresentanti di Ankara sono sempre stati i più moderati. Predicano prudenza, sollecitano azioni politiche, non militari. Il terzo Paese è la Svizzera, che cura gli interessi diplomatici americani a Teheran. Non sarebbe male se alla lista si aggiungesse una sponda europea, con un qualunque formato diplomatico. Come Ue, come gruppo di Paesi, che sia l’E3 (Regno Unito, Francia, Germania) o, meglio ancora, l’E4, con l’aggiunta dell’Italia. Non sarebbe affatto una forzatura geopolitica. Basti ricordare che nel 2015 l’accordo sul nucleare con l’Iran, il Jcpoa (Joint Comprehensive plan of action) fu negoziato da Usa, Cina, Russia, Francia, Regno Unito e Germania. Con la partecipazione di Federica Mogherini, all’epoca Alta Rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione europea.

13 marzo 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Editoriali e commenti di oggi di Giuseppe Sarcina

Si apre la sfida diplomatica con Teheran

Venerdì 13 marzo 2026 di Paolo Lepri

Islanda nella Ue, «non perdiamo tempo»

Venerdì 13 marzo 2026 di Goffredo Buccini

Abbaglio Usa sulla via di Teheran

Venerdì 13 marzo 2026 di Massimo Sideri

I nonni dell’AI? Volta e Golgi, Nobel italiano «dimenticato»

Venerdì 13 marzo 2026 di Massimo Nava

Diritto a geometria variabile

Venerdì 13 marzo 2026 di Federico Fubini

L’azzardo globale

Venerdì 13 marzo 2026 LEGGI TUTTI

Le Newsletter del Corriere, ogni giorno un nuovo appuntamento con l'informazione

Riceverai direttamente via mail la selezione delle notizie più importanti scelte dalle nostre redazioni.

Iscriviti

Condividi questo articolo