Cédric Sapin-Defour, in un libro la tragedia e la rinascita della moglie Mathilde: «Sono sollevato perché lo ha potuto leggere»
Corriere della Sera - Cultura

Cédric Sapin-Defour, in un libro la tragedia e la rinascita della moglie Mathilde: «Sono sollevato perché lo ha potuto leggere»

Venerdì 13 marzo 2026
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Lo scrittore e alpinista racconta l'incidente accaduta in Alto Adige, la caduta con il parapendio, la moglie che ha sfiorato la morte

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Cédric Sapin-Defour, in un libro la tragedia e la rinascita della moglie Mathilde: «Sono sollevato perché lo ha potuto leggere»

di Francesca Visentin

Lo scrittore e alpinista racconta l'incidente accaduta in Alto Adige, la caduta con il parapendio, la moglie che ha sfiorato la morte

Una tragedia tra le vette, vicino a Bolzano, in uno dei luoghi più incantevoli dell’Alto Adige. La morte sfiorata, poi la faticosa rinascita. Lo scrittore francese e alpinista Cédric Sapin-Defour era con la moglie Mathilde tra le montagne dell’Alto Adige il 12 agosto 2022. Volavano con il parapendio, come spesso facevano. Così come spesso scalavano insieme le montagne. Ma quel giorno Mathilde è precipitata sulle rocce, una caduta di 100 metri, fratture multiple, trauma cranico, danni al midollo spinale. Giorni terribili, poi una lunga riabilitazione. E in mezzo paura, senso di colpa, dolore, che Cédric Sapin-Defour raccontata nel nuovo libro Dove cadono le stelle (Salani).

Sapin-Defour, perché scrivere un libro dopo la tragedia in Alto Adige?
«Perché in fondo al cuore nutrivo la speranza che Matilde ritornasse alla vita. E pensavo che se fosse sopravvissuta senza ricordi di quelle settimane e di quei mesi, questo libro-diario le avrebbe permesso di ricostruirsi».

Pensa che la scrittura autobiografica sia terapeutica?
«La funzione terapeutica della scrittura posso comprenderla, di certo esiste per altri scrittori, ma non per me. Io quando mi metto a scrivere sono in uno stato di gioia, ma non come uno che sta prendendo una medicina. Poi c’è l’idea di lasciare una traccia, che prima di tutto è una traccia che si lascia a se stessi. Nel mio caso, voglio essere certo che la cosa di cui sto scrivendo sia successa veramente».

Come si è sentito una volta finito di scrivere questo libro?
«Anche se scrivo sempre con grande felicità (anche quando scrivo di cose non particolarmente belle) finisco sempre la scrittura del libro con un sospiro di sollievo. Provo sollievo e so che è una cosa paradossale. E lo è ancora di più se si pensa che quando questo libro è finito, Mathilde lo ha letto. Io avevo una paura terribile che potesse farle male, temevo che funzionasse un po’ come l’ipnosi, che avrebbe fatto risorgere in lei momenti dimenticati dell’incidente. Invece quando ho visto che le faceva un gran bene, ecco che il sollievo è stato doppio».

Paura di perdere la persona amata, senso di colpa, rinascita come coppia: la sua esperienza cosa può insegnare a chi legge il libro?
«Non pretendo che la lettura del mio libro possa insegnare qualcosa. Se si scrive chiedendosi a che cosa può servire un libro è un po’ una cosa contro natura nel processo della scrittura. In effetti ci sono tante letture quanti lettori e lettrici, ogni persona legge a modo proprio, trova delle proprie risonanze. La grande libertà del libro è proprio questa, chi legge trova una risorsa a volte lontanissima dalla natura del racconto».

Qual è secondo lei la funzione della scrittura oggi?
«Rallentare. Nella società moderna si passa da un’attività all’altra, da una preoccupazione all’altra ogni due minuti. Quindi scrittura e lettura esistono per ridare questo tempo lungo di digestione e di inizio di comprensione di ciò che accade nel mondo. I libri sono strumenti di resistenza alla fretta».

Come sta sua moglie Mathilde adesso e com’è cambiata la vostra vita?
«Mathilde se la sta cavando meglio che può. È felice di essere viva, lo era già prima, però avendo visto da vicino la morte, allora questa gioia di essere viva è raddoppiata. Oggi lei vive contemporaneamente una vita diversa da quella di prima del 12 agosto 22, non ha più le stesse possibilità. Ma ciò che le dà la gioia di vivere è ancora il fatto di andare a camminare, stare all’aria aperta, stare con gli amici, guardare gli animali in libertà, tutte cose semplici».

Siete tornati in Alto Adige dopo l’incidente?
«No, non ci siamo ancora tornati, ma abbiamo in progetto di farlo. Stiamo aspettando il momento in cui questo ritorno non sarà visto come né un obbligo né una terapia, ma lo faremo per il semplice piacere di tornare in un luogo dove siamo sempre stati tanto felici».

Se pensa all’Alto Adige cosa prova?
«Non si controlla la natura dei ricordi, la natura del passato. A volte è un sentimento dolce quello che ne nasce, a volte sono momenti di terrore come quando stavo aspettando l’elicottero, aspettavo di sapere se Mathilde fosse viva, a volte sono momenti di sorriso, ricordando le volte in cui siamo stati felici in quei luoghi. Ma il colore dei ricordi non lo controlli, semplicemente li lascio arrivare».

La cosa che l’ha colpita di più che le hanno detto le persone che hanno letto il libro?
«Mi hanno maggiormente colpito le persone che mi hanno detto di aver avuto paura per Mathilde fino alla fine del libro. Anche se sapevano come era andata, sapevano che Mathilde era viva, l’avevano vista, incontrata, conosciuta. È in questi casi che misuri la potenza delle storie e dei libri, anche se conosci la realtà le parole hanno una forza tutta loro la forza di proporre un’altra verità, per questo bisogna fare molta attenzione alle storie che ci raccontano».

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13 marzo 2026 ( modifica il 13 marzo 2026 | 18:57)

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