I miei amici Brambilla e Paglieri e la lezione di Montanelli
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I miei amici Brambilla e Paglieri e la lezione di Montanelli
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Caro Aldo,
ho letto bene che sono stati raccolti dei dossier contro il giornale genovese Secolo XIX a cura dell’ufficio stampa della Regione Liguria? A me sembra quasi un fim.
Daniele Lovati
Intrighi e lotte di potere evidentemente sono un contorno della nostra vita di cui noi persone comuni non avvertiamo il peso. Questa storia del Secolo mi inquieta, è incredibile che ci sia ancora chi prova a condizionare la libertà di stampa. Lavoro difficile quello dei giornalisti...
Valeria Traverso
Cari lettori,
a Genova in sintesi è successo questo: il presidente di centrodestra della Regione Liguria tentava di condizionare, attraverso il suo ufficio stampa che era in contatto diretto con l’editore, la linea del Secolo XIX, considerata troppo favorevole alla sindaca di centrosinistra.
La vicenda mi ha inquietato ma anche un poco divertito. Perché due tra i protagonisti, due bravissimi giornalisti, il direttore del Secolo Michele Brambilla e una delle prime firme, Claudio Paglieri, sono tra i miei più cari amici. Li conosco da oltre trent’anni. E sul piano politico sono due conservatori. In un Paese normale, in cui destra non è sinonimo di fascismo, direi che sono due uomini di destra, probabilmente a destra di Bucci. Ma sono prima di tutto giornalisti, hanno a cuore i loro lettori, non avrebbero avuto successo se non avessero a cuore i loro lettori; e quindi si rifiutano di scrivere che una cosa è giusta solo perché la dice Bucci, o è sbagliata solo perché la dice Silvia Salis.
Questa vicenda mi conferma una convinzione che vado maturando da anni. Il potere politico, il potere economico e in genere chiunque abbia interessi commerciali e di visibilità (parola-chiave del nostro tempo) ha sempre tentato di condizionare i giornalisti, di farseli amici o di additarli come nemici. Ma rispetto al passato la Rete è una formidabile arma di pressione in più. A esercitarla non sono tanto le persone comuni, che giustamente usano i social per esprimere le loro opinioni e le loro emozioni, e hanno sempre diritto all’applauso o al fischio, come il pubblico degli stadi e dei teatri. A esercitare la pressione sui giornalisti, spesso con contorno di insulti, calunnie, minacce è un sottobosco di siti semiclandestini, colleghi frustrati, scrittori senza lettori, aspiranti influencer, che alimentano un clima in cui il ruolo previsto per il giornalista è quello di corifeo, di tifoso. Il giornalista deve fare la ola, non esercitare lo spirito critico. Mi dispiace, ma con la nostra generazione non funziona, perché siamo nanerottoli sulle spalle di giganti, Michele Brambilla ad esempio si è formato con Indro Montanelli, che lo stimava moltissimo. Io invece l’ho incontrato solo due volte, ma ne ho trattenuto la lezione: un giornalista deve rompere le scatole (lui disse un’altra parola). Se non se la sente, meglio che cambi mestiere.
13 marzo 2026
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