Firenze e i colori dell'anima di Rothko
Corriere della Sera - Cultura

Firenze e i colori dell'anima di Rothko

Venerdì 13 marzo 2026
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La mostra a Palazzo Strozzi, San Marco e Biblioteca Laurenziana con oltre 70 opere celebrano l’artista e il legame con la città

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Firenze e i colori dell'anima di Rothko

di Chiara Dino

La mostra a Palazzo Strozzi, San Marco e Biblioteca Laurenziana con oltre 70 opere celebrano l’artista e il legame con la città

Dal figurativo all’informale, dai colori più solari ai più umbratili e poi i neri e grigi e infine i lavori su carta realizzati quando era ammalato: i 67 anni di vita di Mark Rothko, nato lettone ebreo, divenuto a 7 anni americano — per la fuga dei suoi dall’Impero russo — e morto suicida, sono al centro della nuova mostra di Palazzo Strozzi, visitabile fino al 23 agosto, a cura di Elena Geuna e del figlio del pittore, Christopher.

Settanta opere, alcune monumentali per lo più a Strozzi dove sono divise in sei sezione; poi cinque nelle celle di San Marco e due nel Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, luoghi molto amati dall’artista e motivo di ispirazione per parecchie sue opere. Anzi di più. Perché i tre viaggi del pittore a Firenze e in Italia, nel ‘50 nel ‘59 e nel ‘66, diedero la stura a un suo cambiamento stilistico.

Le parole di Christopher Rothko e di Elena Geuna alla presentazione — dove c’erano oltre ai vertici di Strozzi, Arturo Galansino e Luigi De Siervo, Bernabò Bocca, presidente di Fondazione Cr Firenze, la sindaca Sara Funaro, Massimo Manetti, presidente di Camera di Commercio, Cristina Manetti, assessora regionale alla Cultura e Carlotta Brovadan, direttrice dei musei regionali — sono viatico per una lettura approfondita di questo excursus che ci fa confrontare con un uomo che era più filosofo oltre che artista. Lui studiò filosofia, anche se interruppe a metà, era avido lettore di Freud e Kierkegaard, si interessava di inconscio collettivo, era un anticapitalista sfegatato, e, forse la cosa più importante di tutte, lavorava in solitudine, sognando un pubblico che si approcciasse alla sua opera in uguale solitudine, quasi per immergersi in uno stato meditativo.

Cristopher è entusiasta di essere qui: «Per me e mia sorella Kate si tratta di un sogno. Mio padre qui a Firenze rimase incantato dal Beato Angelico e dalle architetture severe di Michelangelo. Vide da vicino opere che aveva studiato sui libri (seppure quasi da autodidatta ndr.). Sarebbe un sogno anche per lui vedere i suoi lavori nelle celle di San Marco e nel Vestibolo della Biblioteca».

Elena Geuna ci guida nella logica della mostra: «Abbiamo creato un percorso cronologico ed emozionale dividendo le opere tra qui, San Marco e Biblioteca Medicea». Tra quelle della prima sezione di Strozzi, oltre al suo unico Autoritratto (1936), spicca Woman in subaway (1938) dove la donna della metropolitana ha lineamenti allungati che preludono alle sue figure geometriche, e Interior (1936) «che fa pensare alle tombe di Michelangelo di San Lorenzo» suggerisce Geuna. Il linguaggio si trasforma velocemente, però. Già nel ‘44 con Tiresias e nel ‘46 con Room in Karnak, siamo in ambito surrealista. Si perdono le forme convenzionali, emerge l’inconscio.

L’interregno tra questa fase e le sue celeberrime campiture di colore arriva a metà degli anni 40. Inizia il periodo delle opere Multiforms a cui è dedicata una sala: il fulcro di tutto diventa il colore che assumerà forme irregolari.

Qualche anno dopo inizia il periodo «più spirituale dell’artista» ricorda Christopher che, dopo l’incontro con Fra’ Angelico a Firenze nel 50, diventerà una costante. In ogni tela, tra un colore e l’altro, si avverte un movimento, come se la luce traballasse e emettesse le vibrazioni di un’anima in cerca di senso.

Di questo incontro folgorante con l’Angelico c’è prova a San Marco, dove in alcune celle, come quella dell’Annunciazione e del Cristo deriso, l’accostamento tra le sue opere e quelle pregresse è emozionante. A questo punto il suo linguaggio assume la forma definitiva: Rothko dipinge opere immense, con rettangoli di colori diversi accostati l’uno all’altro, lavori in cui immergersi: ecco a Palazzo Strozzi Orange and Tan del ‘54 per esempio.

Ed ecco, sempre a Strozzi, l’evoluzione di questa tecnica nella scelta dei colori. A fine anni 50 tutto si fa infatti meno brillante: è il tempo di Blue, Red and Green e dei lavori per gli Harvard Murals, dove l’uso del rosso e la presenza quasi di colonne stilizzate fanno pensare alla classicità dei siti archeologici di Paestum e Pompei visitati nel ‘59. È nei Seagram Murals (commissionati per il Four Seasons di New York e mai portati a termine nel ‘58) che troviamo la citazione delle «architetture claustrofobiche» di Michelangelo.

Non a caso due di questi lavori sono alla Medicea Laurenziana. Poi, e qui torniamo a Strozzi, si conclude il ciclo. I gialli, rossi o verdi diventano grigi e neri, le campiture di colore perdono di luce. Sino a quando, (e siamo alle ultime sale di Strozzi) l’artista si esprimerà solo su carta e su piccole dimensioni. Si ucciderà poco dopo.

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13 marzo 2026 ( modifica il 13 marzo 2026 | 08:39)

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