Woodward, Orwell, Buzzati, Fallaci e gli altri. In edicola con il «Corriere» tutti gli esploratori della verità
Dal 14 marzo la nuova collana in venti libri per i 150 anni del giornale di via Solferino. Si parte con «La Russia di Putin» di Anna Politkovskaja. Su «Corriere Tv» una diretta con Antonio Polito che ha firmato l'introduzione
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Woodward, Orwell, Buzzati, Fallaci e gli altri. In edicola con il «Corriere» tutti gli esploratori della verità
di Carlo BaroniDal 14 marzo la nuova collana in venti libri per i 150 anni del giornale di via Solferino. Si parte con «La Russia di Putin» di Anna Politkovskaja. Su «Corriere Tv» una diretta con Antonio Polito che ha firmato l'introduzione
Loro sono quelli dalla penna felice. Quando il pezzo si scrive da solo. Senza ricorrere agli artifizi della retorica. Maneggiano bene grammatica e sintassi. Nell’orchestra del giornalismo la melodia che suonano mette a tacere i tromboni. Ma anche i violini. Non guidano la banda e nemmeno accarezzano le orecchie di chi li ascolta. Quando hai letto i loro articoli non ti viene voglia di applaudirli. Solo di pensarci su. Magari di indignarti. Perché ti aprono bauli di segreti rimossi. Di cose che è meglio non sapere. E lo fanno senza la saccenza di chi vuole spiegarti il mondo: vogliono fartelo conoscere per quello che è, non per come vorrebbero o vorresti che fosse. Il loro nome viene sempre dopo. Dopo le righe di inchiostro. Dopo i fatti. Dopo le denunce.
Sono i giornalisti d’inchiesta, vituperati, spesso, in vita, osannati quando non ci sono più. Come sempre in questi casi diffidate dalle imitazioni. Ai veri cronisti non interessano le luci della ribalta, le comparsate in televisione, i profili social e i milioni di follower. Di qualcuno non si ricorda nemmeno il nome, ma la storia che hanno svelato rimane tutta. Il «Corriere» dedica loro una collana con venti titoli a partire da oggi. Si comincia con una reporter che aveva capito tutto in anticipo. Sì, perché il giornalismo d’inchiesta è anche profetico. Vedono subito che il «re è nudo» prima che qualcuno gli tolga gli abiti di dosso. Lei si chiamava Anna Politkovskaja e nel cuore di Milano c’è una piazzetta con il suo nome. Proprio vicino a un cippo che ricorda Aleksej Navalnyi. Sono strade in vista eppure nascoste. Come le loro vite. Puoi solo far finta di non vederle perché quando passi ci inciampi sopra. Anna raccontava e scriveva della Russia che sarebbe stata. Vedeva i sintomi di una «malattia mortale» che per tutti gli altri era solo una banale influenza. Quando disegnò il suo Putin, il resto del mondo, a cominciare dai potenti, scrollava le spalle, voltava pagina. La Russia era cambiata, dicevano, sono finiti i tempi di Ivan il Terribile. Gli zar moderni non ammazzano chi li critica. Mica siamo nel Medioevo. E anche adesso le parole delle Anne che svelano le ipocrisie danno fastidio.
Le vie del giornalismo sono infinite. Qualcuno ha scelto questo mestiere dopo aver visto un film. Gli attori avevano i profili hollywoodiani di Robert Redford e Dustin Hoffman. Due giornalisti d’inchiesta come tanti nei ruggenti anni Settanta. Maniche della camicia arrotolata, telefono appoggiato tra spalla e orecchio. Bloc notes riempito di numeri e parole indecifrabili. Tutti gli uomini del presidente, un reportage che portò alle dimissioni di un presidente, Richard Nixon. Loro erano, e sono, Carl Bernstein e Bob Woodward. Sì, gli hanno dato persino il Pulitzer e un po’ di fama. Meno di quella che si meriterebbero e che è stata regalata a qualche collega più furbo e arrogante.
I venti titoli proposti dal «Corriere» possiedono tutti lo stesso Dna. Che ti viene voglia di diventare giornalista anche tu. E scrivere «il più bel libro di guerra dopo l’Iliade» come John le Carrè definì Dispacci di Michael Herr sul conflitto in Vietnam. Erano gli anni in cui per vedere e raccontare avevi solo occhi e gambe. E chi ti leggeva si fidava. Non pensavi di stare sempre dalla parte giusta ma da quella dove si vedeva meglio.
Qualcuno partito dalla pagina di un giornale si è ritrovato scrittore. Sempre con lo stesso stile sobrio e attento. Come George Orwell e il suo Omaggio alla Catalogna. Vicende vissute in prima persona senza mai trasformarsi in prima donna. La notizia fatta di poche parole. Ma proprio per questo non aveva niente da invidiare alla vera letteratura. E lo dimostra l’uscita dedicata a Dino Buzzati. Le sue Cronache terrestri dove l’immaginazione sconfina nel mondo che abbiamo sotto gli occhi. Con il giornalista del «Corriere» il termine reportage esce dalle anguste sale di una redazione per aprirci a universi che mai avevamo considerato. Il giornalismo d’inchiesta non ha bisogno di segugi ma di lupi solitari, donne e uomini capaci di isolarsi dai clamori e dai rumori dei successi effimeri. Gente che vive immersa nei boschi dell’informazione e sa coglierne suoni e avvertimenti. La lunga strada di sabbia di Pier Paolo Pasolini ci insegna che il reportage viene meglio se dietro la penna c’è qualcuno che la sa maneggiare. Non è così scontato. Anzi forse viene bene solo quando il polpastrello che mette nero su bianco ha alle spalle giornate passate in biblioteca.
C’è tanta Italia in questa collana proposta dal «Corriere». Perché abbiamo reporter di qualità e un Paese che dal Rinascimento in poi si presta agli intrighi e alle zone d’ombra. Qualcosa di cui aver paura ma consapevoli anche che ci saranno squarci di luce vera capaci di fendere il buio. I giornalisti d’inchiesta sono esploratori della verità. Con la certezza di non possederla mai, ma di indicarci una rotta possibile per raggiungerla.
La collana in 20 uscite e la diretta video con Antonio Polito
Alla prima uscita della raccolta in venti volumi sul giornalismo d’inchiesta — La Russia di Putin di Anna Politkovskaja — proposta per i 150 anni del «Corriere della Sera» (in edicola da domani, 14 marzo, per due settimane al prezzo di e 9,99 oltre al costo del quotidiano), oggi 13 marzo, alle ore 10.15, Corriere Tv dedica una diretta video — che resterà poi visibile sul sito — condotta da Maria Serena Natale, dal titolo La Russia di Putin: perché rileggere oggi Anna Politkovskaja, con ospite Antonio Polito. Che è l’autore dell’introduzione al primo dei volumi in uscita. Scrive del libro Polito: «È un tributo alla forza civile del giornalismo, tra i più grandi del nostro secolo. Ed è firmato con il sangue della sua autrice. Lo pubblicò nel 2004: appena due anni dopo, il 7 ottobre del 2006, il suo corpo venne ritrovato nell’ascensore di un palazzo di Mosca con un proiettile conficcato nella testa (...). Era il giorno del compleanno di Vladimir Putin». La collana raccoglie inchieste, reportage e opere di non-fiction. Le prime quattro uscite hanno un’introduzione appositamente realizzata per il «Corriere della Sera», con l’intento (anche) di presentare le opere e la collana nella loro interezza e nella loro importanza. Oltre a quella appena citata di Polito, le altre introduzioni sono quelle di Emanuele Trevi a La città dei vivi di Nicola Lagioia (in uscita il 21 marzo), di Stefano Montefiori a V13 di Emmanuel Carrère (28 marzo) e di Walter Veltroni a Tutti gli uomini del Presidente (4 aprile). Le uscite successive saranno tutte pubblicate allo stesso prezzo con cadenza settimanale.
La copertina del primo volume Il primo volume in edicolaIl 14 aprile sarà in edicola con il quotidiano il libro di Anna Politkovskaja «La Russia di Putin»
12 marzo 2026 ( modifica il 12 marzo 2026 | 21:36)
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