Inferno, Paradiso e Purgatorio
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Inferno, Paradiso e Purgatorio
di Maria Angela RobustelliFare anticamera nell’attesa di un incontro istituzionale, viene dopo il girone infernale delle email, dei messaggi, delle chiamate, della lettura dei giornali e della compilazione, dopo averli decifrati come una campionessa di sudoku, dei bandi istituzionali. Che tu sia un’imprenditrice, un ingegnere, una docente di diritto o di agraria, un’operatrice culturale, una semplice cittadina attiva o, ancora più rischioso, un’artista, quest’esperienza antropologica potrà diventare un vero e proprio viaggio letterario, la prova da sforzo per superare un record agonistico, una sfida di tenuta psicologica e di agilità cognitiva, la mistica risposta dell’ambiente alla tua crescita spirituale. C’era sciopero nazionale di ogni mezzo di locomozione, di comunicazione e di segnali di fumo ma era anche il giorno in cui, dopo quattro mesi di resistenza, avevo finalmente avuto un appuntamento. Il primo scoglio da superare era quello di dover perdere tempo prezioso a decidere cosa mettere, dopo essermi preventivamente asciugata e dato un garbo ai capelli, abitudine a me involontariamente non affine in ogni stagione.
Un outfit funzionale con cui essere sì me stessa - ahimè un’eccentrica Diane Keaton prima maniera per stile e abbinamento dei colori - ma che non urlasse spudoratamente sono un’intermittente dello spettacolo. Optai per colori neutri e, sfruttando le mie due diottrie mancanti, inforcai gli occhiali da vista, che in questi casi ti danno un’aria più concentrata, intelligente e eroticamente depotenziata.
Ero addirittura in anticipo, quando il secondo ostacolo non tardò a spiattellarmi in faccia la sua bavosa risata sdentata e inquietante, che si tradusse con i capricci di messa in moto della Grande Punto Eco System del 2005 di mia madre, che al solo tocco involontario di un tastino in autostrada, può andare a gas metano o benzina e così decidere fatalmente del tuo destino. Non partiva e mentre iniziai a calcolare a mente il tragitto a piedi per arrivare a Santa Lucia dai Camaldoli - che anche se Google Map mi dava in un’ora e ventidue, io avrei percorso volando in 45 minuti per la disperazione - il mio vicino di casa, Danilo, un uomo sulla cinquantina effettiva e settantina visibile agli occhi, due figli adolescenti con la passione per la batteria, due jack russel indemoniati ed un matrimonio fatto di burrasche notturne e lancio di piatti, come un dantesco Arcangelo Gabriele si calò nell’autovettura e in due soli tentativi, fece il miracolo.
Arrivai benedetta all’indirizzo, dove la mano divina del proprietario della pizzeria Da Ettore mi sollevò dal baratro della totale mancanza di parcheggio. Entrai nell’edificio con le bandiere con un precoce sentimento di vittoria, passai indenne al metal detector, presi il mio badge e con un ritrovato appeal e fiducia in me stessa salii al terzo piano. «Tenete appuntamento?». Se c’ho appuntamento, non me lo leggi tatuato sulla fronte? «Sì, grazie, allora aspetto qui».
Anche se dopo un’ora e sedici minuti, la forma del divano della sala d’attesa aveva preso quella del mio deflagro, io non mi arrendevo all’evidenza infernale del buco nell’acqua, ero a tanto così dalla sala dei bottoni, fino a quando un’assistente personale senza occhiali da vista ma con un delizioso maquillage all’altezza del Moulin Rouge mi si avvicina per comunicarmi distrattamente che il direttore non sarebbe arrivato in ufficio causa sciopero dei mezzi.
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