Le divisioni e il test dell’Iran
Tra pragmatismo e idealismo serve una terza via. La fine del multilateralismo deve portare a un cambio di strategia
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Le divisioni e il test dell’Iran
Maurizio Ferrera | 11 marzo 2026Tra pragmatismo e idealismo serve una terza via. La fine del multilateralismo deve portare a un cambio di strategia
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Nel suo discorso di Davos dello scorso gennaio, il primo ministro canadese Mark Carney aveva lanciato un avvertimento: la rottura del multilateralismo liberale avrebbe penalizzato soprattutto le medie potenze democratiche, trasformandole in vasi di coccio alla mercé delle grandi potenze e della logica della forza.
La guerra in Iran ha confermato i timori di Carney. L’attacco israelo-americano è avvenuto senza neppure informare i principali alleati. Da un giorno all’altro i Paesi europei si sono trovati a fronteggiare minacce concrete alla propria sicurezza territoriale (i droni su Cipro) ed energetica. I loro governi hanno anche dovuto prendere posizione sulle scelte di Trump di fronte a opinioni pubbliche disorientate e impaurite.
Carney aveva raccomandato l’adozione di una strategia congiunta, volta a perseguire più attivamente i propri interessi su scala globale nel rispetto della carta Onu e dei diritti umani. Condizione necessaria per il successo: la costruzione di coalizioni di scopo fra medie potenze, a fini difensivi ma anche espansivi. Ossia finalizzati a creare zone d’ordine «minilaterali» in ambiti critici come il commercio, la tecnologia, la sicurezza.
Carney ha chiamato questa strategia «pragmatismo basato su principi».
La guerra in Iran ha sottoposto le medie potenze a un test inaspettato e molto gravoso. La strategia di Carney si è subito scontrata con due difficoltà: come definire una linea comune; come conciliare pragmatismo e principi.
Ciascun Paese ha reagito a modo suo. Il Canada ha appoggiato subito gli Usa, poi Carney ha espresso rincrescimento per questa scelta iniziale. Il Regno Unito ha evitato di condannare Trump, ma gli ha inizialmente negato l’uso della base di Diego Garcia. La Germania si è astenuta dal «dare lezioni ai propri partner» e Merz si è chiuso in un imbarazzante silenzio alla Casa Bianca, mentre Trump si scagliava contro Pedro Sanchez. Quest’ultimo ha condannato l’attacco americano con un perentorio «no alla guerra» e no a qualsiasi violazione del diritto internazionale. All’inizio timida, la Francia si è gradualmente avvicinata alla posizione di Sanchez. L’Italia ha a lungo temporeggiato. Solo ieri in Senato Giorgia Meloni ha riconosciuto che l’attacco all’Iran è avvenuto al di fuori del diritto internazionale.
Divisioni e tentennamenti riflettono l’inevitabile contrasto fra il pragmatismo degli interessi e l’idealismo dei principi, che spingono in direzione opposta. In un discorso di pochi giorni fa, Ursula von der Leyen ha colto perfettamente il problema: «L’Europa non può più fare il custode del vecchio ordine, perché il mondo di ieri è scomparso e non può tornare. Noi difenderemo e sosterremo sempre il sistema basato su regole che abbiamo contribuito a creare insieme ai nostri alleati, ma non possiamo più contare su di esso per tutelare i nostri interessi... Dobbiamo individuare un nuovo sentiero per l’Europa, in collaborazione con i nostri partner». Parole simili sono state usate anche dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Si è trattato di un meritevole tentativo di dar forma concreta al pragmatismo basato sui principi. Il discorso di von der Leyen ha però suscitato aspre critiche a sinistra, in particolare da parte dei socialisti spagnoli e francesi. La tensione fra realismo e moralismo genera divisioni non solo fra Paesi, ma anche fra partiti.
Considerando questi sviluppi, è forte la tentazione di dire che le medie potenze hanno fallito il primo serio test di reazione al nuovo disordine. Vi sono però anche stati alcuni segnali positivi, che diventano visibili solo se messi insieme. Era irrealistico pensare che si potessero improvvisare nuove forme di consultazione e coordinamento in fretta e furia dopo l’attacco a Teheran. È successo qualcosa dopo? Il vero test è questo. Ebbene, sono successe molte cose. Carney ha subito organizzato un viaggio in Australia, Giappone e India, avviando varie iniziative di collaborazione. Ieri il Parlamento europeo ha approvato un documento in cui si prospetta il rafforzamento della cooperazione con il Canada su tutti gli ambiti oggi critici. Il trio Germania, Francia e Regno Unito si è allargato all’Italia inaugurando il nuovo formato E4. Cedendo al pragmatismo, la Spagna ha mandato una fregata a Cipro. La settimana scorsa si è tenuto un vertice congiunto fra la Ue e i Paesi del Golfo, con una presa di posizione comune contro l’escalation del conflitto e un invito all’Onu a usare tutti gli strumenti per fermare la guerra e ripristinare la pace.
L’elenco non è completo, ma è sufficiente, credo, per dire che si stanno facendo passi concreti al fine di costruire nuove coalizioni e individuare un’agenda condivisa. Sul piano dei principi si è per ora fermi al moralismo in difesa del vecchio ordine. Dimenticando però due cose. In seno alle Nazioni Unite, il potere di veto dei membri permanenti ha sempre programmaticamente violato il principio di eguaglianza fra gli Stati, bloccando l’autorizzazione di molte iniziative perfettamente in linea con la missione Onu. Inoltre, il diritto internazionale proibisce la guerra ma anche la violazione dei diritti umani all’interno degli Stati sovrani. La comunità internazionale deve vigilare ed eventualmente intervenire in base a un principio sancito nel 2005: la «responsabilità di proteggere» la popolazione civile, anche contro la repressione dei governi.
Le medie potenze (e la Ue in particolare, che ha il potenziale di trasformarsi in una grande potenza composita) devono rimboccarsi le maniche anche sul piano dei principi, sostenendo una riforma delle Nazioni Unite e prendendo sul serio la protezione dei diritti umani. Il nuovo sentiero europeo (intorno cui aggregare il consenso delle altre medie potenze democratiche) deve essere una originale terza via, in cui la tutela dei propri interessi si combina non solo con il rifiuto delle aggressioni militari, ma anche con politiche proattive in difesa dei diritti fondamentali.
11 marzo 2026
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