Il Museion della nuova presidente Tanja Pichler: «Spazio di connessione e libertà in un territorio aperto e fluido»
La manager e ingegnera succede a Marion Piffer Damiani: «Sogno un Alto Adige accogliente, finalmente libero da stereotipi, dove non contano la lingua o il genere»
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Il Museion della nuova presidente Tanja Pichler: «Spazio di connessione e libertà in un territorio aperto e fluido»
di Silvia M. C. SenetteLa manager e ingegnera succede a Marion Piffer Damiani: «Sogno un Alto Adige accogliente, finalmente libero da stereotipi, dove non contano la lingua o il genere»
«La cultura è l’ultimo spazio di libertà non competitivo, ma l’arte è come una maratona: vince chi ha il coraggio di essere libero». Tanja Pichler, nuova presidente della Fondazione Museion di Bolzano, segno zodiacale ariete, con la passione di abbattere muri. Ingegnera gestionale, una carriera da Ceo tra i cantieri svizzeri, quattro figli e l’orgoglio di una maratona di New York in un tempo sbalorditivo, succede a Marion Piffer Damiani al vertice del Museion. La sfida? Trasformare la complessità. Alta un metro e ottantuno, «figlia d’arte e d’acciaio», cresciuta nella Pichler Projects l’azienda di famiglia, ora holding, dove ha imparato che «un’idea non vale nulla se non ha il coraggio di farsi tridimensionale». Oggi libera professionista e coach manageriale per giovani e imprese, Pichler mette la sua visione al servizio di un territorio culturale che sogna «aperto, fluido e finalmente libero da stereotipi».
Presidente Pichler, ingegneria, acciaio, tunnel, poi al vertice di un museo d’arte contemporanea. Cambio di rotta o naturale evoluzione?
«È una linea retta. Sono nata nel 1979 in una famiglia di imprenditori e l’azienda mi ha accompagnata tutta la vita. Mio padre ha studiato architettura e mi ha trasmesso il fascino per il design; suo cugino era il celebre artista Walter Pichler, che ho conosciuto da adolescente entrando subito in contatto con un mondo viscerale e creativo. Sono cresciuta vedendo l’azienda realizzare le sculture d’acciaio di Fabrizio Plessi e per me l’imprenditore e l’artista sono anime gemelle: entrambe visionarie con il bisogno di creare qualcosa che ancora non esiste. L’ingegnere, in fondo, è colui che realizza il sogno dell’architetto. Dal 2024 ho lasciato l’operatività in azienda per dedicarmi al territorio: Museion è il luogo dove questa connessione tra idea e realtà si fa collettiva».
Ha studiato a Graz quando le donne in facoltà erano pochissime. Com’era il clima nei cantieri?
«Eravamo cinque donne su sessanta studenti. Durante un sopralluogo in una galleria, il project manager ci disse: “Voi femmine restate in autobus perché portate sfiga”. Mi ha dato un fastidio enorme. Sono cresciuta in un mondo maschile che amavo, ma non capivo la divisione. Questa resistenza è stata il mio motore: volevo dimostrare che non esiste un limite di genere. Ho fatto le scuole tedesche a Bolzano in un’epoca in cui quasi tutte le madri erano casalinghe. Quell’ingiustizia, quel senso di “ruolo predefinito”, l’ho combattuto ovunque: a casa, al lavoro, persino a teatro, il mio grande amore».
Prima dell’ingegneria, ha vissuto la passione bruciante del palcoscenico come attrice. Perché ha smesso?
«Ho recitato con il Carambolage e le Vbb fino ai 19 anni arrivando ai festival in Austria, ma a un certo punto ho capito che trovare ruoli per una donna con il mio fisico, alta 1,81, era difficile. E da ariete volevo essere autosufficiente, non dipendere dai miei genitori, volevo andare per la mia strada senza avere le spalle coperte. Ho scelto ingegneria per sfida, per dimostrare che potevo farcela nel campo più ostico. Il teatro mi ha però lasciato una lezione fondamentale: l’importanza di aprire il mondo della cultura a bambine e bambini. Se lo provi da piccola, ti resta dentro per sempre. Oggi sono nel board delle Vbb proprio per restituire quel valore».
Lei ha quattro figli: Leo, Ada, Liz ed Edy e parla delle gravidanze come di «pause di formazione manageriale».
«È la realtà. Ho preso quattro “pause” e sono state la mia formazione più intensiva, da mettere in curriculum. Gestire quattro figli mentre lavori al 150% richiede una forza e una capacità organizzativa che nessun master insegna. Nel 2013, con un figlio piccolo, mi sono offerta di aprire la sede in Svizzera. Mio padre mi chiese: “Ma cosa fai lì da sola, chi ti aiuta?”. Sono partita con un bambino e sono tornata con tre, dopo cinque anni in cui ho vissuto a Zurigo come Ceo e area manager per tutto il mondo Dach, portando il fatturato ai livelli di quello italiano. So cosa significa l’incertezza di lasciare il lavoro per una maternità e la grinta necessaria per tornare e riprendersi il proprio spazio».
Perché nel 2024 ha deciso di lasciare l’azienda di famiglia e correre la maratona di New York?
«Tornata dalla Svizzera soffrivo la mancanza di libertà decisionale, gli schemi gerarchici mi stavano stretti, non trovavo il mio “campo gioco”. Così sono uscita operativamente per riscoprire me stessa e l’Alto Adige. La maratona di New York è stata una scommessa: non ero una sportiva, ma volevo capire se potevo “andare sulla luna”. L’ho chiusa in 3 ore, 48 minuti e 3 secondi. Al traguardo ho sentito che davvero possiamo fare tutto, se lo vogliamo. Quel desiderio di superare i limiti oggi lo porto nei board di cui faccio parte: Itas Mutua, Vbb, Transart, l’associazione Thrive e Dormizil per l’housing first. Oggi come libera professionista aiuto i giovani e le imprese a trovare questa stessa consapevolezza».
«Transart» ha un Cda tutto al femminile e giovane. È questa la sua idea di governance anche per Museion?
«Assolutamente sì: una leadership diffusa, non più verticale o gerarchica. Credo profondamente che tutto funzioni meglio se fatto insieme. In Alto Adige siamo spesso dei satelliti isolati, Bolzano, Merano, Bressanone. Ma siamo troppo piccoli per rivaleggiare. Dobbiamo creare un culture landscape, un network tra musei e associazioni e non lottare per lo stesso pubblico, ma coltivare un humus comune. Nessuna azienda sopravvive senza teste creative che pensano fuori dagli schemi. Se non offriamo alle giovani e ai giovani un “campo gioco” culturale, continueremo a soffrire per la fuga dei cervelli».
Che ruolo deve avere Museion per Bolzano e il Trentino-Alto Adige?
«Deve essere un manifesto di internazionalità. Una casa aperta dove non conta la lingua o il genere. L’arte contemporanea è visionaria, lancia input su temi che non vediamo ancora. In una società aggressiva la cultura è l’unico spazio di confronto: è un luogo di diversità dove l’opinione delle altre persone non è una minaccia, ma una ricchezza. Vorrei che Museion fosse un ponte anche verso il Trentino, il Mart, Arte Sella. Se non stiamo bene a casa nostra, non potremo mai stare bene nel mondo».
Un’imprenditrice alla guida di un museo d’arte. Come concilia profitto e visione?
«L’arte è libera, ma per farla camminare serve razionalità. Io non ho un approccio all’arte accademico, ma emozionale e ludico. Da viaggiatrice, non tocco una città senza visitarne i musei, da ingegnera capisco che bisogna ascoltare il cliente, in questo caso il pubblico: il mio Museion sarà un luogo di connessione. Voglio che la gente si senta parte di questa “fucina” di idee, proprio come accadeva nell’officina di mio nonno carpentiere. Perché la cultura non è un lusso per pochi privilegiati, ma lo strumento con cui tutte e tutti possiamo costruire la vita migliore possibile, imparando a non dare mai per scontato il benessere».
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