Bologna, Ermanno Cavazzoni racconta la sua amicizia con Giorgio Celati: «Rimasi fulminato dalla sua scrittura»
Corriere della Sera - Cultura

Bologna, Ermanno Cavazzoni racconta la sua amicizia con Giorgio Celati: «Rimasi fulminato dalla sua scrittura»

Mercoledì 11 marzo 2026
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In «Storia di un'amicizia» Cavazzoni descrivere il rapporto con Celati nato nel 1985 fra Boiardo e Platone

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Bologna, Ermanno Cavazzoni racconta la sua amicizia con Giorgio Celati: «Rimasi fulminato dalla sua scrittura»

di Massimo Marino

In «Storia di un'amicizia» Cavazzoni descrivere il rapporto con Celati nato nel 1985 fra Boiardo e Platone

Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni

«Avevo letto La banda dei sospiri e mi aveva fulminato, con quella lingua approssimativa e buffa che a scuola saresti stato bocciato, e quella sua famiglia che, come la mia famiglia e la famiglia di chiunque, è sempre una gabbia di matti». Così Ermanno Cavazzoni racconta la passione per Gianni Celati, che incontra a un convegno nel 1985. E che da allora non abbandona più, cementando negli anni un’amicizia fatta di chiacchiere, di fughe, di discorsi su Wittgenstein, Spinoza e Platone, ma anche su Manganelli, Frassineti e Delfini, di scambi di racconti, di cene in trattorie, quelle di una volta, con le tagliatelle e i piatti tondi bianchi, tra Bologna e l’Emilia soprattutto. I due scrittori si erano riconosciuti nella passione per i poemi cavallereschi, per le fantastiche ottave dell’Ariosto e le strampalate avventure del Boiardo, per le storie di paladini, maghi e fanciulle fatali: «Noi ci siamo messi a parlarne come altri parlano di calcio, cioè con la foga calcistica, citandoci questo o quell’altro episodio, e con sommo gusto, perché gli episodi, i personaggi, certi versi li sapevamo a memoria». 

Il ritrovo in trattoria e il libro che racconta l'amicizia

Poi si erano ritrovati in trattoria, da Angeli in via San Petronio Vecchio, a Bologna, quella antica, non quella che serviva piatti dai nomi incomprensibili, con strani oggetti forse edibili su contenitori neri quadrati e giganteschi. Ermanno Cavazzoni rievoca il suo rapporto con Gianni Celati (1937-2022) in un libro insieme delicato e acceso, pieno degli umori immaginativi, delle insofferenze, delle idee, delle clownerie che aveva nutrito la loro quarantennale frequentazione. Si intitola, semplicemente, Storia di un’amicizia (Quodlibet, pp. 242, euro 16); lo scrittore, da anni bolognese, lo presenta all’interno della rassegna «Le voci dei libri» giovedì 12 marzo alle 18 in Salaborsa in dialogo con Graziano Graziani, voce delle rubriche culturali di Radio 3 Rai.

Un volume di memorie e appunti

«Non è una biografia né una bibliografia ragionata» scrive, ma un libro di memorie e appunti: «È quel che mi resta di bello, col suo mesto finale, di un’amicizia». Celati, nato a Sondrio, a lungo residente a Bologna e insegnante al Dams dei primordi, fino alle dimissioni date nel 1987 per insofferenza delle regole accademiche, veniva da una famiglia ferrarese di artigiani. Era uno spirito inquieto: attento alla lingua, anzi alle lingue orali, incapace di supponenza e boria letteraria, innamorato degli antichi racconti della letteratura italiana tra ‘200 e ‘500. Cavazzoni narra le fughe dell’autore di Narratori delle pianure (1985), il suo nomadismo: «Celati andava poi al mattino presto a camminare sui colli per stancarsi e riavere qualche spezzone delle notturne illuminazioni». Camminava e poi, esausto, dopo ore e ore, si metteva a scrivere. Ma il suo modo di guardare la realtà non si limitava alla parola. Cercava di penetrare, di ascoltare il paesaggio, anche quello più «banale», la vita semplice del mondo, magari girando film che nascevano da viaggi alla foce del Po, come Strada provinciale delle anime. Animò riviste come «Il Semplice», culla di scrittori fuori dai ranghi. Si recò in Africa. Sognò di raggiungere un’isola nell’Atlantico fatta di plastica, in movimento continuo, trascinata dalle correnti. Insofferente, sempre, per gli stereotipi e per la «letteratura industriale», «cancerogena». 

Il finale straziante

Il finale del libro è chirurgico e straziante: Cavazzoni racconta lo svanire, lento, continuo, della coscienza dell’amico, dopo la traduzione dell’Ulisse di Joyce, dopo il tributo che Bologna gli dedicò nel 2013 auspice l’assessore Alberto Ronchi. Un perdersi che rompeva i discorsi, che non gli permetteva di riconoscere, che tragicamente realizzava quella propensione verso il silenzio manifestata in tante opere, per esempio nella mirabile traduzione di Bartleby lo scrivano di Melville. Il libro qui rivela appieno la natura di sensibile capolavoro, tra la vitalità insubordinata e da fuggiasco di Celati, il suo svanire nel mutismo, la riflessione amara sulla cenere che sta nel nostro destino.

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