Valerio Aprea: «Makkox è tipo Keanu Reeves in Matrix, un traduttore simultaneo di realtà in chiave narrativa-poetica-comica. Lui crea, io rifinisco»
L'attore porta in scena al Teatro Celebrazioni di Bologna «Lapocalisse» sui testi di Marco Dambrosio in arte Makkox, quindi alcuni dei monologhi più corrosivi di Propaganda Live, il programma di La7
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Valerio Aprea: «Makkox è tipo Keanu Reeves in Matrix, un traduttore simultaneo di realtà in chiave narrativa-poetica-comica. Lui crea, io rifinisco»
di Paola GabrielliL'attore porta in scena al Teatro Celebrazioni di Bologna «Lapocalisse» sui testi di Marco Dambrosio in arte Makkox, quindi alcuni dei monologhi più corrosivi di Propaganda Live, il programma di La7
L’apocalisse è imminente. Ma poi, sarà vero? Possiamo ancora evitarla? Parte da queste premesse Lapocalisse (scritto così, come un’unica parola), lo spettacolo con Valerio Aprea in scena sui testi di Marco Dambrosio in arte Makkox. Atteso giovedì 12 marzo al Teatro Celebrazioni (ore 21, info 051-4399123), l’attore romano porta sul palco alcuni dei monologhi più corrosivi di Propaganda Live, il programma su La7 da cui è maturato questo assolo iperbolico tra recital e stand-up sui temi più disparati. E Makkox? «È come lavorare con un Avenger», dice Aprea.
Lapocalisse senza apostrofo: temevate di impressionare troppo il pubblico?
«Chissà, forse è un inconscio subliminale per non essere sfacciatamente catastrofisti. Però ci piaceva la parola composta anche perché va a evidenziare la parola “poca” contenuta in essa, come se fosse “la poca – lisse”, evidenziata in rosso nel titolo».
Suggestivo.
«Mettiamola così: lancia una suggestione. E in qualche modo ha a che fare con il finale».
Ma l’apocalisse si sta avvinando o è sempre lì?
«Difficile essere più vicini di oggi. Riusciamo sempre a peggiorare. E già ci sembrava incredibile quando lavoravamo allo spettacolo. Va detto però che l’abbiamo presa come spunto per poi parlare più approfonditamente del concetto di cambiamento necessario alle eventualità di scongiurarla».
Come si sviluppano le tematiche nello spettacolo?
«L’assunto di base è l’apocalisse, ma è un puntello di cui mi avvalgo per parlare d’altro. È lo sfondo che ci fa scambiare parole e pensieri di vita. Ci concentriamo sul cambiamento che a sua volta ci dà lo spunto per introdurre sei monologhi che vado ad eseguire in un flusso continuo in cui c’è anche lo scambio con il pubblico a cui chiedo un po’ di tutto. E intanto lo spettacolo diventa anche stand up con mie improvvisazioni in base a ciò che viene detto. Cosa peraltro inedita per me».
E si trova bene con questo lato inedito?
«Benissimo. Non voglio più smettere. Lo temevo come la morte e invece ho scoperto che si può fare».
Come definirebbe la scrittura di Makkox?
«La sua scrittura è qualcosa di fenomenale. Ho scoperto in lui la dote soprannaturale di saper tradurre la realtà circostante e di trasfigurarla. Tipo Keanu Reeves in Matrix. È come un traduttore simultaneo di realtà in chiave narrativa-poetica-comica».
Ha usato termini da Formula Uno paragonando questa collaborazione a quella tra l’ingegnere-costruttore e il pilota-collaudatore-meccanico…
«È così. E grazie a questo ho scoperto quanto posso avventurarmi oltre la linea che separa la condizione dell’autore creativo a quella dell’attore esecutore. Poi ho optato un mio contributo in fase di editing e briefing. Ho scoperto la parte di me autoriale. Quella inventiva è sua, la rifinitrice è anche mia».
Senza «Propaganda live» sarebbe stato possibile?
«È accaduto tutto lì. Devo tutto a “Propaganda Live”. Mi ha dato la possibilità di cimentarmi nella veste dell’attore che più mi somiglia».
Veste nuova, futuro nuovo?
«Se ci sarà un futuro. Chi può dirlo? Forse va bene così, mi devo accontentare».
La realtà, si dice, ha superato la satira.
«È indubbio. C’è una concorrenza sleale da parte della realtà. Anche se questo lavoro non è satira classica e ci barcameniamo meglio».
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